La riconoscibilità dell’alternativa
A tre settimane di distanza dalla tornata elettorale, dopo aver assistito ad analisi del voto più o meno fantasiose, è giunto il momento di raccogliere i pensieri e provare a ragionare su una strategia d’azione per risollevare le sorti della disastrata sinistra leccese.
Al di là delle singole cause con cui alcuni hanno cercato di confondersi, un aspetto su cui sarebbe opportuno concentrare l’attenzione è senza dubbio quello della riconoscibilità dell’alternativa. Un dato che emerge in maniera lampante da questa tornata elettorale è, infatti, l’incapacità della sinistra di farsi riconoscere come una forza di cambiamento, un’entità politica capace di fornire risposte concrete e alternative ai problemi della città.
L’elaborazione politica della sinistra, quell’idea orientata all’affermazione dei diritti di cittadinanza e del benessere collettivo, in contrapposizione alla logica del privilegio e dell’interesse privato, ha dimostrato di non essere condivisa dai cittadini leccesi. Non già per una mancata identificazione o un rifiuto consapevole, quanto piuttosto per la sua scarsa riconoscibilità e tangibilità nell’esistenza delle persone.
Agli occhi dei leccesi quell’idea di città è risultata priva di concretezza, priva di una declinazione pratica in grado di renderla condivisibile anche da parte di chi non ha dimestichezza con le elaborazioni teoriche o non si accontenta di brillanti prospettive.
Di fronte a bisogni estremamente concreti e perlopiù legittimi i cittadini reclamano risposte immediate. In assenza di risposte collettive la soluzione più semplice si trova nei favori di una classe dirigente che nella concretezza scevra di qualsiasi connotazione ideologica si muove con incredibile destrezza.
Mentre la sinistra è tutta impegnata in belle elaborazioni sul nuovo modello di città, la destra è in grado di fornire risposte semplici, dirette e personali. Risposte che si integrano perfettamente con la logica tutta meridionale che vede l’attività amministrativa non come la garanzia di diritti bensì come la distribuzione di concessioni da parte di una classe dirigente alla quale occorre rendere grazie.
La via d’uscita da questa impasse, lungi dal trovarsi in nuove fantomatiche alleanze, non può che trovarsi in una rinnovata azione politica volta innanzitutto a promuovere quella cultura dei diritti e del bene comune di cui la sinistra è portatrice. Tale promozione non può prescindere da un’attività costante sul territorio che declini i valori politici in azioni concrete, giacché solo mediante la proposta di risposte concrete ai disagi dei cittadini è possibile creare attorno a quei valori l’adesione e la condivisione necessarie. Occorre dimostrare che la cultura dei diritti è vincente sulla sottocultura del favore e che ai disagi individuali è possibile dare risposte collettive in grado di affrancare i cittadini dalla situazione di dipendenza di cui si nutre il clientelismo. Queste risposte collettive si devono costruire giorno per giorno, con una prospettiva che vada ben oltre le scadenze elettorali e che miri al conseguimento di quel bene comune per il quale devono essere utilizzati tutti i mezzi a disposizione.
Occorre lavorare parallelamente sul territorio e nelle sedi istituzionali, tra i cittadini e nell’agone politico.
Bisogna portare avanti battaglie politiche giuste e allo stesso tempo proporre ai cittadini servizi che compensino le carenze dell’amministrazione e contribuiscano direttamente alla riduzione dei loro disagi. Occorre proporre giorno per giorno dimostrazioni concrete dell’alternativa di governo che si propone, per far si che essa sia riconosciuta e condivisa dalla cittadinanza. A questo impegno sul territorio deve corrispondere un’azione politica istituzionale nella quale la minoranza, lungi dal limitarsi al ruolo di opposizione, si occupi di dettare l’agenda di governo, portando in Consiglio comunale le istanze raccolte tra i cittadini e svolgendo un lavoro di interposizione costante in grado di condizionare l’attività amministrativa.
È evidente che una politica di questo tipo richieda preparazione, impegno e risorse notevoli. Tuttavia se si pretende di espugnare il blocco di potere del centrodestra non ci si può esimere dal rimboccarsi le maniche e lavorare. Occorre scrollarsi di dosso l’abito del ceto riflessivo e dedicarsi ad un progetto che è tanto faticoso quanto ambizioso è l’obiettivo che si propone. Un progetto attorno a cui è necessario raccogliere le forze migliori della sinistra, tanto quelle già attive quanto quelle latenti, che da troppo tempo cercano spazi di espressione. I partiti con le proprie connotazioni, i propri processi interni e il proprio portato sono poco adeguati ad offrire questi spazi. Sarebbe quindi il caso di costruire aggregazioni di altro tipo, entità trasversali costituite dai singoli piuttosto che dalle sigle, in grado di tenere insieme gli iscritti ai partiti e la società civile intorno ad un semplice patto associativo rappresentato da un programma politico di lungo periodo e dalle strategie d’azione per realizzarlo.
Obiettivi chiari e azioni concrete intorno alle quali ricostruire quel reticolato sociale di cui la sinistra ha infinito bisogno.
Bruno Mola
