Il concetto di politica, Kojève e la filosofia in 3/4

“Non facciamo filosofia”, ormai si dice per richiamare una discussione alla realtà concreta e sottrarla alle speculazioni intellettuali. Cosa c’è di più ingiusto, se si pensa a quanto la filosofia si sia incaricata per prima di spiegare il mondo e cercare il senso dell’esistenza stessa dell’uomo. I ragazzi di “Filosofia in ¾”, studenti, ex studenti e dottorandi del Corso di laurea dell’università del Salento hanno così creato, da anni  ormai, una sorta di presidio della filosofia in città. Si ritrovano ogni settimana allo Spazio Sociale Zei, nel pieno centro della città, per restituire questo, alla filosofia, il suo stare tra la gente, una uscita possibile dalle angustie del dibattito accademico, senza scorciatoie didascaliche puntando a un “avvicinamento al pensiero di filosofi meno conosciuti rispetto ad altri” (come dice Caterina Annese, una delle animatrici dell’iniziativa).

Marco Filoni

Oggi a Filosofia in ¾ (che col tempo è diventato un progetto finanziato dal Consiglio degli studenti) a partire dalle 21.00, sarà ospite Marco Filoni, 37 anni, ricercatore associato dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi nonché studioso del pensiero di Alexandre Kojève, il “filosofo della domenica”, come lo definì – con ammirazione – il suo allievo Raymond Queneau. E come ha titolato il suo ultimo libro lo stesso Filoni. Un “pensiero” meno conosciuto, quello di Kojève, tanto che chi scrive ne sbaglia la pronuncia (con grande imbarazzo) all’esordio del’intervista. Marco Filoni, che non mostra di averci fatto caso, ha la pazienza del filosofo. E spiega:

Alexandre Kojéve è un personaggio piuttosto bizzarro. Nasce a Mosca ed è il nipote di Kandinsky, il pittore. Quindi proviene da una famiglia molto agiata della borghesia russa. Nel 1917 con la rivoluzione bolscevica la sua famiglia viene privata di tutto l’agio, così lui decide di lasciare la Russia per la Germania dove studierà con i più grandi filosofi del tempo Jaspers, Heidegger e Husserl . Nel 1926 si trasferisce in Francia e lì in pochissimi anni, da emerito sconosciuto arriva ad essere quasi una leggenda grazie a un solo seminario, che tiene dal 1933 al 1939. Per i filosofi questo seminario è diventato una leggenda, un mito parigino. Pensate a un emigrato russo di 31 anni che parla con un forte accento slavo, il che gli conferisce una fascino notevole, si trova a parlare di fronte a ‘una straordinaria mischia filosofica’ perché i suoi allievi sono quelli che nel dopoguerra diventeranno i più grandi intellettuali francesi. Jacques Lacan, c’è George Battaille, c’è Anna Harendt, c’è Walter Benjamin,Raimond Queneau,  insomma, diciamo il meglio della cultura europea.

Il seminario di Kojève consiste in una serie di lezioni su Hegel, che Kojève riesce praticamente a resuscitare dal dimenticatoio.

Alexandre Kojève

Dal punto di vista filosofico, l’intuizione di Kojéve fu quella di fare delle lezioni su Hegel quando Hegel era considerato un cane morto, nessuno più lo studiava e sembrava in qualche modo destinato a una nota a piè di pagina nei manuali di storia della filosofia. Invece lui lo legge e lo fa in maniera del tutto faziosa. Dice che Hegel è stato il filoso che ci ha raccontato e spiegato la realtà, che è impossibile fare un sistema filosofico dopo di lui, bisogna aggiornarlo. E compie, Kojève, questo capolavoro di alta macelleria filosofica: prende un testo, la ‘Fenomenologia dello Spirito’ e ci mette dentro delle categorie che ad Hegel non appartengono, perché vengono pensate dopo, ovvero la categoria della morte di Heiddeger, la categoria del lavoro di Marx e la categoria del desiderio di Freud. Quindi macelleria filosofica, e ha un successo straordinario. Ancor più straordinario è il fatto che nel ’45 finita la guerra, tutti si aspettano un exploit di questo grande maestro della filosofia francese, invece lui la si reca al Ministero degli Affari esteri e chiede di entrare a far parte dell’amministrazione francese.

E decide di dedicare alla filosofia solo il week end, divenendo il “filosofo della domenica”. Anche della sua attività di diplomatico, dal ’45 al ’68, si possono raccontare numerosi aneddoti. Marco Filoni ce ne racconta uno:

Kojève era affiliato a un gruppo di diplomatici che aveva il compito di gestire e negoziare le politiche economiche in seno agli organismi internazionali, soprattutto la Comunità europea. Una volta lui doveva negoziare una delicatissima questione con gli americani e insieme a due grandi figure di diplomatici francesi, che erano in pratica i suoi due capi, viene inviato a Washington per incontrare i loro omologhi americani. Quindi partono tutti e tre e vengono accolti dall’ambasciatore francese a Washington che organizza una cena con gli americani. Alla cena c’era anche Henry Kissinger allora segretario di Stato che, come è noto, era un grande cultore di letteratura francese, in particolare di Flaubert. Arrivano tutti e tre, Kojève rimane un po’ indietro, come da etichetta, non essendo lui il capo della delegazione.  L’ambasciatore francese presenta a Kissinger i due come Bouvard e Pécuchet i due personaggi del famoso romanzo di Flaubert. Allora Kissinger si fa una grande risata, gode di questo parallelo con la letteratura e con Flaubert, poi a un certo punto guarda dietro, vede Kojève che era rimasto qualche passo indietro e chiede all’ambasciatore, ‘ma scusi ma lui invece chi sarebbe?’. E l’ambasciatore, ridendo, sardonico, dice ‘beh, lui è Flaubert ovviamente’. Questo racconta molto dell’importanza di Kojève, di quanto fosse influente, grazie alla sua cultura enciclopedica, all’interno della amministrazione francese.

Cosa insegna Kojève all’uomo del 2012?

Io ritengo che Kojève possa essere oggi un’ottima lettura per capire una logica del potere, una logica della politica di cui oggi abbiamo bisogno, nel senso che abbiamo perso, con la fine delle ideologie con il “bla bla” quotidiano di cui ormai sono pieni di giornali, non solo il significato della parole ma dei concetti stessi. La politica è un concetto al quale andrebbe riconosciuto uno statuto e del quale dovremmo esser capaci di ridare senso. E Kojève, come altri della sua generazione, riteneva molto importante la logica del senso: la storia ha un senso? e si qual è questo senso? Oggi dobbiamo recuperare questa coraggiosa vicenda che è la vicenda umana del capire e riuscire a dare senso alle cose che facciamo, a ciò che capita perché soltanto così ha valore non solo la storia ma anche ciò che la storia in cammino che siamo noi, che è la libertà umana nel suo divenire, può fare può realizzarsi quotidianamente.

Eppure scelse la carriera diplomatica, scartando quella filosofica. Era un uomo affascinato dal potere?

Più che affascinato dal potere, Kojève era un uomo che il potere sicuramente l’ha pensato. Il potere è un importante tema di riflessione per Kojève, nel senso che lui è un filosofo classico e quando dico classico intendo che per lui la filosofia è politica. E non esiste filosofia se non platonicamente. In altri termini lui amava spiegare questa vicenda attraverso le figure del filosofo e del saggio platoniche. Platone diceva: il filosofo ha come compito quello di andare dal tiranno e consigliarlo, far si che questo sia un buon tiranno, un tiranno giusto. Però, aggiunge Kojève, la storia ci insegna che i filosofi che hanno cercato di consigliare il tiranno hanno fatto una brutta fine. Cioè tutti i filosofi che si sono voluti interessare di politica, da Platone ad Heiddeger non hanno avuto fortuna ed è il motivo per cui a me, diceva Kojève interessa di più essere il saggio. E lui individua questa figura del saggio, della saggezza, come colui che il filosofo è, una volta che ha compreso la realtà che ha compreso il compito e il ruolo della filosofia in questa realtà. Colui cioè che  decide che non ha nulla da fare se non prendere atto della condizione post-storica che la realtà ormai ha raggiunto e ritirarsi in un dominio dove il gioco e dove la libertà umana è qualcosa di acquisito. Anche qui c’è un po’ di paradosso in questa affermazione. Perché poi in realtà Kojève con il potere ha trattato, si è sporcato le mani, ci ha messo mani e piedi perché ha fatto la Resistenza ma allo stesso momento voleva trattare con i nazisti e scriveva a Stalin. Insomma la vicenda politica di Kojève è molto complessa ma anche molto affascinante, lui pensava di doversi sporcare le mani, sempre e comunque.

(Leggi il blog di Marco Filoni sul Fatto Quotidiano)

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