La disfatta del Pd: “Simul stabunt vel simul cadent”

 

Scrive Wikipedia: “L’espressione latina “Simul stabunt vel simul cadent” significa “come insieme staranno così insieme cadranno” ed è attualmente usata, in diritto, per indicare i casi nei quali il venir meno di una situazione ha, per conseguenza, la fine contestuale di un’altra e viceversa.

Quella locuzione latina ebbe un momento di popolarità quando fu pronunciata, in maniera non corretta (simul stabunt vel simul cadunt), da Claudio Martelli, in un discorso parlamentare del 1988. L’errore, corretto al volo da Alessandro Natta, ebbe uno strascico in una successiva interrogazione parlamentare”.

Questo episodio l’ho ricordato l’altro pomeriggio nel corso della trasmissione “Tribù”, su Telerama, condotta da Vernaleone. Con me era ospite anche Alfonso Rampino, consigliere provinciale e dirigente del Pd salentino, il quale veniva incalzato dal conduttore che lo dava per prossimo segretario del Pd salentino. Alfonso (che pure stimo) tergiversò, ma non escluse una simile ipotesi. Quasi fosse naturale autocandidarsi a quella delicata funzione. Immaginate poi dopo lo tsunami elettorale che ci ha spazzati via.

La prima riunione degli indignati del Pd leccese

Richiamai quella celebre locuzione latina a proposito delle dimissioni presentate (correttamente) da Fabrizio Marra dopo la disfatta subita dal Pd e dal centrosinistra leccesi. Una catastrofe senza precedenti nella storia elettorale di Lecce. Contrapposta all’altrettanto straordinaria anomala vittoria del centrodestra cittadino. Marra, da avvocato e quindi  conoscitore del diritto, a sua volta, in virtù di quel principio giuridico, ha sollecitato (e sollecita giustamente nell’intervista a questo giornale), le dimissioni anche di Salvatore Capone. E che l’ex segretario cittadino del Pd abbia ragione solo i “mandarini” di via Tasso possono negarlo. Sono stati proprio loro ad imporre Salvatore Capone al Coordinamento provinciale (ostacolando così la elezione di Carlo Salvemini) e Fabrizio Marra al Comitato cittadino del Pd di Lecce.

Quel patto scellerato, frutto dell’equilibrio politico (a prescindere…), attuava l’accordo di maggioranza tra la corrente che fa capo a Bersani e quella che fa capo ad Enrico Letta; i cui rispettivi maggiorenti locali erano Sandro Frisullo e Cosimo Casilli (più Giuseppe Taurino, mancato consigliere regionale, ma subito compensato con la sua nomina all’ Arif, oggi al centro di veementi polemiche).

L’accordo, come era del tutto conseguente, non valorizzava le energie migliori (e l’addio al Pd di Carlo Salvemini lo dimostra), ma premiava proprio quella sorta di yes man funzionali a quel “ceto politico” ormai avviato sulla strada dell’autoreferenzialità.

Quindi la disfatta del Pd (e non solo), che segue quella del 2009 quando perdemmo la Provincia, ha anche origine nell’insufficienza della proposta politica, nel modo di fare l’opposizione e nell’incapacità (non volontà) di essere costantemente presenti e a contatto con i bisogni delle persone in carne ed ossa. Insomma un vero “ceto politico”, segnato dal tempo, che si autocelebra, si riproduce e lotta strenuamente per conservarsi. E soprattutto per conservare i privilegi acquisiti in virtù della funzione politica svolta.

Ecco perché gli elettori e i militanti non ne hanno potuto più, perché vedono in quei loro rappresentanti proprio quelli che predicano bene e razzolano malissimo. Un fenomeno, come in tutta Italia, che è all’origine del successo di Beppe Grillo. Il quale a Lecce non ha avuto il successo di Parma, perché a differenza di quell’importante e produttiva città emiliana, la nostra città “balocca” (e molto parassitaria) non è mai stata una comunità. Per cui a Parma i cittadini mandano prima via i ladri dal palazzo municipale e dopo li puniscono in modo esemplare col voto. Mentre a Lecce, i sudditi, hanno proprio premiato quella coalizione.

Ecco perché appaiono quasi ridicole le motivazioni della sconfitta addotte sia da Antonio Rotundo che da Umberto Uccella. I quali ritengono che la politica sia solo riconducibile alla manovra. Come l’allearsi con gli altri soggetti politici a prescindere dalle loro storie, dalla loro coerenza, e, soprattutto, dai valori e dai contenuti. Questa, secondo loro, è l’arma vincente che è mancata.

Oggi molti invocano il rinnovamento. E noi “indignati” siamo tra quelli. Ed infatti, il rinnovamento, deve essere vero e radicale: di cultura politica, di capacità progettuale, di coerenza nella pratica politica e di classe dirigente. E, invece,  circolavano – e circolano tuttora alcuni nomi – di soggetti “predestinati” alla carica di deputato e di senatore. Se le cose dovessero stare davvero così, vuol dire che di quella disfatta non si vuol capire nulla, si condannerebbe lo stesso Pd salentino all’estinzione. Noi siamo certi, invece, che nulla sarà più come prima, grazie alla rinnovata volontà di partecipazione degli iscritti e dei simpatizzanti di quel partito.

Gigi Pedone, “indignato” e iscritto al Pd di Lecce