Quel sogno svanito di una giunta Poli-Rotundo
Credo che vada riconosciuto alla conferenza stampa di Antonio Rotundo un merito evidente. Quello di spostare l’analisi della sconfitta del Centro sinistra leccese e del Pd in particolare, dalla sfera del “regolamento dei conti” tra antiche storie (ai limiti del patetico) allo scontro limpido tra linee politiche per il futuro. E’ un fatto assolutamente inedito per un partito, quello leccese, che ha fatto dell’assenza di analisi politica, un termine di merito, anzi un principio di selezione, dei suoi gruppi dirigenti.
Il ragionamento di Rotundo invece (che riprende, bisogna riconoscerlo, quanto detto ripetutamente e inascoltato da Uccella) è chiaro. La fragilità del tessuto democratico cittadino non consente la formazione di “onde progressiste” in grado di produrre blocchi sociali egemoni e spendibili all’altezza del governo. La chiave di costruzione della proposta del governo possibile si concentra quindi nella “politica”. L’unica sfera di decisione sottratta alla debolezza del sociale e alle sue suggestioni clientelari è dentro la costituzione dei rapporti tra soggetti politici (tradizionali o meno).
Risiederebbe, in questo patto, l’unica chiave per aprire in senso democratico le porte del Palazzo di città. Il percorso delle primarie e la stessa “questione Salvemini” potevano essere, secondo Antonio e i sostenitori di questa tesi, facilmente esorcizzate solo avendo il coraggio di perseguire sino in fondo un patto politico tra Pd, Io Sud, Udc, Fli e Movimento Regione Salento. La disfatta di oggi è figlia di quel mancato accordo. Il Pd nella città, infatti, non può più essere il perno di un’alleanza progressista ma al massimo la voce democratica di un modello moderato. Insomma trasferire il modello Ferrarese, che ha consentito la vittoria di Consales al primo turno a Brindisi, anche a Lecce. Evviva la chiarezza.
A mio avviso Antonio sbaglia. Semplicemente perché a Lecce la questione “terzo polo” che rappresenta il perno dell’intera operazione non solo non si nutre di un laboratorio di governo (come alla provincia di Brindisi) ma ha un’ipoteca politica e umana chiarissima. Nella nostra città esso s’identifica con la Poli Bortone. Basta confrontare i voti in città, alle provinciali e alle regionali, in cui l’onorevole Poli era candidata per il terzo polo, e i voti dell’Udc alle ultime amministrative, per comprendere chi (tra i soggetti politici moderati) avrebbe avuto la forza e la legittimità di fissare i termini e le condizioni di quell’alleanza.
Non penso che ci avrebbero proposto una giunta Poli-Rotundo. Ma sicuramente ci avrebbero chiesto di rinnegare almeno dieci anni dell’opposizione democratica in questa città. Forse una parte del gruppo dirigente del Pd attuale lo avrebbe anche fatto; un pezzo ampissimo della città non lo avrebbe mai perdonato. La politica, caro Antonio, non sempre può tutto.
Anzi viviamo tempi in cui probabilmente va ripensata; capovolgendo il rapporto proprio tra partiti tradizionali (mai così screditati di fronte all’opinione pubblica) e nuove condizioni che la crisi sociale pone alle vite materiali della nostra gente. E’ questa che definisce il nuovo perimetro dell’agire politico e impone nuove forme di presenza democratica. E forse, senza drammi umani, anche il tramonto di un antica cultura politica e della classe dirigente che la rappresenta. Non sono cose che invento io. E’ solo un pezzo del comizio di vittoria di Hollande. Basta leggerlo.

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