Sono giornalista, sono precario e non sono pagato

Accalcati come rivoluzionari d’altri tempi in un circolo Arci dei giorni nostri (Zei), ieri sera una buona rappresentanza di precariato giornalistico di questo territorio ha cominciato un lento percorso di verità. Come in una grande terapia di gruppo gli operatori dell’informazione – chi si sente operaio, chi tecnico, chi raffinato oratore – hanno cominciato a raccontarsi per poi scoprirsi vittime della stessa malattia. Il precariato. Ma non solo. La non-dignità dell’essere dipendenti. La non-dignità di sentirsi fortunati se alla fine del mese l’editore paga per intero lo stipendio, la non-dignità di raccontare la crisi del lavoro che attanaglia il territorio nascondendo la propria di crisi. Che lo sappiano, gli utenti, i lettori, i telespettatori, i radiospettatori: la maggior parte di chi ogni giorno fa informazione nel Salento, addetti stampa compresi, non è pagato da mesi, non è tutelato da alcun contratto di lavoro, lavora nell’illusione di un domani migliore che però non arriva (quasi) mai. Le regole sono queste.

E dunque, per ogni cameramam come Vincenzo Siciliano che ha il coraggio di denunciare e che per questo riceve una lettera di licenziamento, esiste un altro cameraman o un altro giornalista – altrettanto non pagato – che non è nelle condizioni di raccontarlo perché domani toccherebbe a lui perdere il lavoro. O, se si vuole, non ha il coraggio di raccontarlo perché peggio di lavorare senza essere pagato può essere solo non lavorare affatto. Da questo punto di vista il giornalismo è un’arma pericolosa, in quanto fare informazione non è un lavoro come tutti gli altri. Nasce dalla passione, ed è questa croce e delizia. Chi lo ha capito bene sono proprio gli editori, che su questa passione fanno leva per perpetrare lo stesso penoso teatrino del “pagherò”, uguale a se stesso da decenni, applicato a diverse generazioni di giornalisti e aspiranti reporter.
Ma il muro del silenzio si è rotto, finalmente. La prima terapia di gruppo ha segnato un significativo traguardo: il primo passo verso quella che qualcuno in passato chiamava “coscienza di classe” e che oggi si preferisce chiamare “dignità umana e professionale”. Una dignità non più solo personale ma collettiva. Di categoria. Anzi, di categoria nella categoria. Il punto è che qui non si tratta di sentirsi giornalisti, ma di denunciare di esserlo.

Cosa fare, quali azioni intraprendere? La discussione è aperta. Tra chi vorrebbe fermare il traffico e chi vorrebbe dare il via a una serie di scioperi dell’informazione, passando tra chi propone un bollino di qualità per le realtà editoriali in regola, le possibilità si fanno tante e tutte praticabili. Di sicuro, però, c’è da non far morire con la velocità tipica dei tempi mediatici questa azione di consapevolezza. Perché la strada da fare è ancora molta, troppa per credere di essere arrivati da qualche parte.
La consapevolezza da sola non basta. Serve il coraggio. Il coraggio di dire no, di portare quel po’ di coscienza di categoria nelle redazioni, nel rapporto con i colleghi altrettanto precari meno disposti a uscire allo scoperto, nel rapporto con i colleghi tutelati, nel rapporto con il proprio editorie. Serve, insomma, aprire le porte chiuse a chiave della propria precarietà, perché si tratta di una precarietà che nel mondo dell’informazione locale è sistemica. Non episodica o, come dicono gli economisti, congiunturale.

La terapia di gruppo ha quindi prodotto un doppio binario di intervento: da un lato l’aspetto comunicativo della vicenda, il livello simbolico della protesta e dall’altro la formalizzazione delle stessa attraverso i passaggi obbligati nelle sedi deputate, prima tra tutte la Prefettura.

Oggi, intanto, alle 16 all’Open Space di Piazza Sant’Oronzo, a Lecce, si terrà un’assemblea per discutere dei problemi legati al mondo dell’informazione. Parteciperanno anche Raffaele Lorusso (Presidente Associazione della stampa di Puglia), Paola Laforgia (Presidente dell’Ordine dei giornalisti della Puglia), Felice Blasi (Presidente Corecom Puglia) e alcune figure politiche. Ecco, appunto, la politica. Sappiano, i politici, che quando rilasciano un’intervista o espongono la propria opinione in un talk televisivo, probabilmente stanno interagendo con un/a giornalista precario/a. Forse non pagato da mesi, passibile di licenziamento in qualsiasi momento.

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3 thoughts on “Sono giornalista, sono precario e non sono pagato

  1. Secondo me nessuno obbliga nessuno a lavorare gratis. Si e' arrivati a questa situazione perche' gli stessi operatori del settore hanno accettato queste condizioni… la gavetta si fa' dappertutto, ma e' un momento transitorio che DEVE sfociare in un impiego, o perlomeno in una esperienza lavorativa valida, di cui ne beneficia sia il datore di lavoro che l'individuo. Continuando ad accettare queste condizioni a tempo indeterminato non solo si diventa complici del sistema, ma si e' anche colpevoli di rovinare il mercato del lavoro; nel senso che se c'e' gente disposta a lavorare gratis, un'editore non scegliera' mai di pagare nessuno perche' tanto trova il fesso che lo fa' gratis. Adesso io non voglio offendere nessuno, offfro la mia solidarieta' a tutti gli operatori leccesi che si trovano in queste condizioni; pero' mi fa rabbia vedere che c'e' chi se ne e' accorto solo ora. Va be' che uno vuole lavorare, ma ci vuole anche un po' di dignita'… scusate lo sfogo…
    Carlo Buttazzo

  2. Si sono d'accordo, chi se ne frega, il problema fosse solo dei giornalisti!Non mi piace per nulla, solidarietà al licenziato in quanto lavoratore, maa sono questo!Andate davvero a lavorare!

  3. Abbiamo capito lefons, sei bravo, ma adesso quando aggiorni le notizie? :) …non sia mai per rimprovero, giusto perché vi seguo e mi piacete, che vorrei sapere come continua, se non come va a finire, la storia…

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