Alla scoperta del primo ristorante thailandese di Lecce

Il primo ristorante thailandese di Lecce (in ordine cronologico) è in via Bari, a un passo dalla pasticceria Capilungo, e si chiama “Cucina thailandese” (ricordarsi di aggiungerlo su Pinterest sotto la dicitura: “Ragioni sociali come profezie autoadempienti”).

Il locale, piccolo e molto pulito, è il regno della cortesia e dell’intrattenimento dei clienti, le quali due componenti pesano quasi del tutto sulle spalle del simpatico titolare. Sì, perché mentre il signore in questione si dedica indefessamente ai clienti, i ruoli femminili del “cast” che si esibisce nel ristorantino ogni sera (moglie e figlia), preferiscono restare più dietro le quinte, almeno rispetto al protagonista maschile.

Il personaggio della figlia, quando il posto non è troppo affollato, si spara della musica in cuffia e non la vedi più, se non nella forma graziosa di una capigliatura scura che mi muove a ritmo di qualcosa di ineffabile, su cui spiccano auricolari bianchi. La moglie, invece, è molto attiva in cucina e quando non lo è, è molto attiva al Mac, che è un po’ l’altra capitale culturale del suo regno (la coppia ci spiega poi di essersi conosciuta, da Lecce a Bangkok, proprio su internet).

Purtroppo per il nostro oste, sono le due donne di casa a presentare in maggiore quantità (e qualità) tratti somatici thailandesi, in genere ritenuti segno di autenticità della cucina thailandese.

E dunque, il nostro titolare, salentino purosangue, quando ci chiede le ordinazioni o ci serve in tavola ha un bel guardarci con gli occhi il più possibile socchiusi e sorridenti – orientalizzanti – mentre scegliamo fra un riso in padella con maiale (“o pollo o manzo”: ci sgomenta e ci affascina sempre apprendere dai menù con che facilità una ricetta orientale possa passare da una bestia a un’altra) e un piatto di tagliatelle di riso con gamberetti e arachidi (deliziose). Dunque, “Cucina thailandese” è il territorio di almeno due autenticità, di cui una resta salentina incontaminata: “du gust is megl che uan”.

Ma non ce ne sarebbe affatto bisogno, perché, pur lavorando meno a contatto col cliente, moglie e figlia sono comunque visibili e sono pure quanto di più thai si possa sperare, perlomeno sul limitare della 167 A a Lecce. Ma il nostro oste è fatto così, la cosa fa parte del servizio e a noi diverte almeno quanto ci piace quello che ci dà da mangiare.

Da “Cucina thailandese” ci vieni per il pollo impanato fritto e salsa agrodolce, e ci resti per tutto il resto. Se sei diffidente e vuoi tenerti sui classici, pensalo come a un cinese senza sorprese, molto più buono e un po’ più caro. Dopo il primo assaggio, se proprio la cucina thai non fa per te, hai sempre a disposizione Capilungo, da cui abboffarti per dimenticare. Se ti piace, invece, resta seduto, e goditi tutto il menù fisso, scegli ancora un piatto random dal numero 1 al 41 (senza fare lo spiritoso sul 41bis) e non ti fermare fino ai dolci di farina di tapioca (che non è una supercazzola) è l’imprescindibile happy ending.

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