Capone, Salvemini e il tavolo rovesciato

Sono passate poco più di 24 ore dalla prima sezione scrutinata a Lecce. Quando già tutti, anche lo stesso sindaco Perrone, hanno avuto modo di sorprendersi per il risultato che scheda dopo scheda ha riconsegnato la città al centrodestra per la quarta amministrazione consecutiva. 64,3 per cento a 25,85: mai così giù il centrosinistra. Mai così urgente la presa di coscienza di una marginalità che in città è profonda e che non è maturata in questi mesi campagna elettorale.

Un disastro di fronte al quale non esistono scuse e che rende necessario un “reset” (quasi) totale, dal quale ripartire. Anche perché – ma questo elemento ora è marginale – l’amministrazione di Perrone potrebbe non durare cinque anni, visto il carisma e il peso politico acquisito dal sindaco, il quale quasi sicuramente sarà chiamato a candidarsi alle elezioni politiche del 2013. Occhi aperti, dunque.

Ma prima del reset, per il quale è necessario uno scatto di coscienza dal forte valore politico da parte dei dirigenti cittadini di Pd (sono già in arrivo le dimissioni di Marra?), Sel, Idv, Prc e Psi, occorre guardare ai risultati e rileggere il film del percorso politico che ha portato il centrosinistra al disastro, alla luce del reale peso che avevano partiti e movimenti che partecipavano – o ne erano esclusi – alle discussioni “programmatiche”.

Il tavolo del centrosinistra

A novembre, prima della discesa in campo di Loredana Capone, il “tavolo del centrosinistra” (composto da Pd, Sel, Idv, Rifondazione e Socialisti), col senno di poi, aveva una consistenza di circa il 16 per cento (esclusi i quasi mille voti di Salvemini, mai invitato a partecipare a quelle riunioni). Ragionare col senno di poi non è mai bello, ma alla luce del risultato conseguito da quei partiti, quanto è stata grave l’indebita pretesa da parte di quei dirigenti di decidere all’interno di un tavolo ristretto le sorti, le regole del gioco, le modalità di approccio, del popolo del centrosinistra alla competizione elettorale, senza immaginare altre forme di partecipazione? Ah, già, fecero le “primarie delle idee”, sulle quali è bene stendere un velo pietoso.

A dicembre, e dopo un po’ di nomi circolati sulla stampa, arriva la notizia della disponibilità di Loredana Capone a partecipare alle primarie contro Carlo Salvemini, di Lecce 2.0dodici. Ciò avviene  dopo un lavoro politico svolto soprattutto da Sergio Blasi (segretario regionale del Pd), alla ricerca della miglior candidatura in grado di rispettare il percorso delle primarie. Loredana Capone, invocata da tutto il suo partito, toglie le castagne dal fuoco a un Pd cittadino che non aveva letteralmente idea di chi candidare e che però non era disposto per nulla al mondo (solo per vanità?) ad accettare di convergere su Salvemini sin da subito. Comunque, la vicepresidente della Regione accetta di essere della partita – contro ogni previsione, dato che si trattava di una missione quasi kamikaze – e di “salvare” il suo partito dalla figuraccia.

Loredana Capone

La Capone vince le primarie contro Carlo Salvemini, contro i pronostici. Già in quell’occasione, Lecce si dimostra poco incline al cambiamento. O meglio: già in quell’occasione la sinistra leccese (escluso il Pd) si dimostra totalmente inconsistente a livello organizzativo e disposta – come ormai d’abitudine – ad accodarsi al “leader” senza sentire su di sé la responsabilità di organizzare la mobilitazione sul territorio. Al leader Salvemini viene posta sulle spalle la croce da portare.

Il Pd e (soprattutto) Loredana Capone vincono le primarie, ma di poco. Sono sufficienti circa 3500 voti per superare Salvemini e diventare la candidata a sindaco. La sinistra piange e si dispera, si attacca a qualche cingalese di troppo in coda al Tiziano, al suo interno si alzano le voci dei soliti frazionisti che invitano Salvemini a candidarsi comunque. Dal canto suo il leader di Lecce2.0dodici accusa il colpo, ma si dimostra un politico più che corretto: rispetta le primarie e si mette al fianco di Loredana Capone, lanciando nel contempo, all’interno dello schieramento che l’aveva sostenuto una riflessione sul tema del “consenso”. Anche da quella riflessione prende corpo l’idea della lista “Lecce bene comune”, che doveva essere un esperimento politico. Ma che si è dimostrata, alla luce dei risultati ottenuti, la lista di Carlo Salvemini. Nel senso che all’interno di quella lista i partiti della sinistra si sono limitati a camuffare goffamente la loro inconsistenza non riuscendo ad esprimere candidature varie, persone in grado di raccogliere voti (c’è qualche eccezione), non riuscendo neanche ad arricchire il progetto politico di Lecce2.0dodici, che resta ispiratore unico della lista (e, oggi si può dire, resta l’unica iniziativa politica di alto profilo che il centrosinistra ha messo in campo a Lecce). Insomma, come suo solito, il popolo della sinistra – molto indulgente con sé stesso e molto incline alle cannonate contro gli alleati–, semplicemente, si accoda e si accomoda.

Nel frattempo Loredana Capone conduce una campagna elettorale praticamente in solitaria. Ogni tanto dal fortino di via Tasso (la segreteria provinciale del Pd) arriva qualche conferenza stampa da parte dei consiglieri uscenti e del gruppo dirigente del partito. La Capone fa i conti con la realtà da subito – già dopo la vittoria alle primarie aveva pensato di lasciare – ma decide di cominciare a macinare chilometri in città, visitando i quartieri, facendo “il caseggiato”, consumando le scarpe lei e i suoi collaboratori alla ricerca di voti e candidature. Il Pd, pochi giorni prima della chiusura delle liste, non aveva ancora trovato – nonostante tutti gli uscenti e i tanti consiglieri circoscrizionali a disposizione – candidati a sufficienza. Il gruppo dirigente cittadino del Pd rifiuta inoltre l’offerta di Sergio Blasi di una discesa in campo. Il segretario regionale pone la condizione di un rinnovamento della lista – che già allora appariva debole – ma gli viene fatto capire che il suo interessamento diretto alle vicende interne leccesi non è gradito. Per contro, il segretario cittadino Marra e il vicesegretario De Matteis non si candidano.

Carlo Salvemini

E mentre Salvemini, forte di un consenso “personale” ormai radicato sul suo progetto politico, risulta l’unico candidato della lista “Bene Comune” ad essere presente nel dibattito pubblico, Loredana Capone mette in campo tre liste civiche, fatte di persone a lei vicine, che riesce a compilare da sola, senza l’aiuto del suo partito. La campagna elettorale va avanti. Loredana Capone fronteggia e batte Perrone sul piano della comunicazione pubblica e mediatica (e ne raccoglierà i frutti in termini di voto disgiunto), il centrodestra fa la sua campagna elettorale.

Arrivano le elezioni. A quel 16 per cento del “tavolo” del centrosinistra le urne consegnano un 1,2 per cento portato personalmente dal consigliere comunale più suffragato dell’intero centrosinistra, Carlo Salvemini, che colleziona 939 voti (un vero e proprio exploit e la dimostrazione che la buona politica paga). E consegnano, le urne, un ulteriore 4,11 della lista civica “Loredana per Lecce”, un 2,23 di “Lecce democratica”, la seconda lista della Capone, e un ulteriore 1,22 per cento di voto disgiunto a favore di Loredana Capone. Il cui “valore aggiunto”, a conti fatti, è di 7,5 punti percentuali sul risultato finale. Di fronte a questo, se qualcuno ha il coraggio di parlare di candidatura sbagliata e di circoscrivere le cause della disfatta all’appeal della vicepresidente della Regione, o è stupido o è in malafede.

Certamente dopo queste elezioni è cambiata la leadership del centrosinistra a Lecce, passata dai famosi segretari del “tavolo” e dal gruppo consiliare uscente del Pd (il capogruppo Rotundo in testa), a Carlo Salvemini e Loredana Capone. A loro due i numeri – e non le chiacchiere – consegnano la responsabilità di progettare la ripartenza, di stendere, ognuno nella sua area politica ed entrambi nella comunità del centrosinistra, un progetto politico sul breve, medio e lungo periodo perché Lecce conosca una politica diversa e perché il centrosinistra ricominci a parlare con la gente. Sulle macerie dei partiti, da rinnovare, nasce l’opportunità della ricostruzione.

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3 thoughts on “Capone, Salvemini e il tavolo rovesciato

  1. Caro Alberto
    Concordo su quasi tutto come spesso accade. Solo una piccola precisazione. Subito dopo le primarie mi sono dimesso da vicesegretario e da componente della segreteria, come ben sai, con apposita comunicazione al Segretario provinciale e a quello regionale perchè assolutamente in disaccordo con la conduzione del pd a Lecce. Per questo motivo non mi sono candidato, oltre che per gravissimi problemi personali purtroppo noti. Io penso che da questa prova ne usciamo tutti, e sottolineo tutti, con le ossa rotta e la necessità di ripartire da zero con umiltà e rispetto per quanti vorranno impegnarsi a vario titolo e in vario modo. Penso anche che chi ha guidato un partito che perde migliaia di voti ad ogni elezione dovrebbe con serietà trarne le conseguenze. E questo vale in prima istanza per il Pd ma non solo per il Pd. Con la stima di sempre

  2. Dimenticavo non ho pubblicizzato le mie dimissioni perchè era in corso la campagna elettorale e mi hanno insegnato che il Bene Comune viene prima dei tornaconti o dei dispiaceri personali. Forse ho sbagliato ma sempre con la schiena dritta. non scrivo comunicati o articoli come da più parti sollecitato. Attendo l'assemblea del mio partito, se mai ci sarà, per esprimere il mio parere. Ci sarà modo poi di farlo sapere a tutti

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