Lecce, l’Unesco e il Jazz. Cos’è successo il 30 aprile

Giornata importante, quella del 30 aprile scorso, per la vita musicale leccese: mentre il Livello UndiciOttavi otteneva una deroga per ospitare l’edizione primaverile del Rock’n’roll Party, si celebrava – nel capoluogo – la Giornata Internazionale del Jazz, promossa dall’Unesco. Nell’ambito di questa ricorrenza, il Locomotive Jazz Festival e Liberrima, in collaborazione con numerosi partner (istituzioni, associazioni, locali, etc.), ha organizzato una giornata densa di appuntamenti, coinvolgendo musicisti, artisti, musicologi, addetti ai lavori, appassionati e studenti.

La cornice scelta era, emblematicamente, un caffè all’aperto, nel centro storico della città: un luogo cioè accessibile ai passanti, quasi a simboleggiare lo spirito autentico del jazz, veicolo di pace e forte strumento educativo, capace di porre in comunicazione realtà diverse. Il mood dell’evento è ben spiegato dalle parole di Giovanni Puglisi, presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco: «Noi celebreremo la musica Jazz per la sua capacità del tutto unica – anche nel mondo della musica – di mettere in contatto e far dialogare tra loro culture diverse e per il carattere assolutamente rivoluzionario di questo dialogo, in grado di infrangere qualsiasi barriera di razza, religione, classe sociale».

L’incontro/aperitivo svolto nella mattinata, dal titolo “Il Jazz e la Musica in Italia, in Puglia” – durante il quale sono intervenuti Paolo Perrone, Simona Manca, Maurizio Guagnano, Gianpaolo Chiriacò, Marco Valente, Maria Pia De Vito, Raffaele Casarano e Gian Maria Greco – ha messo in luce l’importanza della formazione musicale per le nuove generazioni. L’esigenza avvertita e sottolineata da tutti i presenti è che i giovani possano avvicinarsi consapevolmente al jazz, una musica solo all’apparenza d’élite ma che, in realtà, ha origini popolari e radici che affondano nella tradizione della comunità afroamericana. L’intervento di Maria Pia de Vito bene esprime questo concetto: «Il jazz insegna proprio a stare insieme, è la musica più democratica che c’è, io insegno in Conservatorio e lì ci sentiamo ancora dei pionieri. Vedo quanto venga poco compresa l’importanza di arrivare a essere come il resto dei Paesi civili, nei quali la musica moderna è nelle università da venti, trenta o quarant’anni».

Un’altra considerazione emersa dalla mattinata riguarda il rapporto tra la cultura – nello specifico il settore musicale – e quelle istituzioni che dovrebbero considerare la cultura come una risorsa nella quale investire, e non come un peso sul bilancio di fine anno.
L’incontro è ripreso nel pomeriggio, alla presenza di Nicola Gaeta, giornalista di Musica Jazz e autore del libro Una preghiera tra due bicchieri di gin (Caratteri Mobili). Alla discussione intorno al libro sono intervenuti Ugo Sbisà e Gianpaolo Chiriacò, che hanno dato vita a un vivace dibattito musicologico, moderato da Augusta Epifani della libreria Liberrima.

Il flusso di eventi si è concluso in una piacevole e calda serata, sullo sfondo del Teatro Romano di Lecce, con il concerto del quintetto Puglia Jazz Factory (Raffaele Casarano, Gaetano Partipilo, Mirko Signorile, Marco Bardoscia e Fabio Accardi). In programma cinque brani inediti, ciascuno composto da uno dei musicisti. Nella seconda parte del set ha fatto il suo ingresso sul palco Maria Pia de Vito: con l’aiuto di una loop-machine, la cantante ha dato vita a una base ritmica polifonica, intessuta estemporaneamente di incredibili melodie. Una lezione di tecnica, stile, virtuosismo; una dimostrazione delle infinite possibilità di ritmi, suoni e altezze che la voce umana può produrre. Tra brani di Joni Mitchell e Rita Marcotulli, scat e omaggi a Ella Fitzgerald, il concerto si è svolto in un clima di profondo dialogo tra la de Vito e i cinque strumentisti. Nel pieno del solco segnato da questa prima celebrazione internazionale del jazz.

Maria Pia de Vito

Per l’occasione, abbiamo chiesto un commento alla performer napoletana.

Lei ha all’attivo svariati dischi e numerose collaborazioni, le piacerebbe partecipare a un nuovo progetto, qualcosa che nessuno ha mai realizzato?
Sono talmente tante le cose che sono state fatte per la musica in Italia che, veramente, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una grossa sorpresa sarebbe che il nostro paese diventasse un paese che, a partire dalle elementari, mettesse a disposizione degli allievi gli strumenti e la possibilità di fare musica, del tempo dedicato a fare musica insieme. Voglio dire, bisogna riavvicinarsi alla pratica musicale, bisogna vedere la musica come pratica di vita sana! Al Conservatorio di Roma, dove insegno, la classe di jazz è veramente una forza, che sta risanando l’intero conservatorio. Dalle alte sfere bisognerebbe capire che se tu hai un conservatorio che esplode di gente vale la pena di assegnare dei fondi, per avere altre aule, dei distaccamenti, far sì che la cosa si allarghi sempre di più e si risani lo stato dei conservatori.
Poi basterebbe che non si uccidessero i festival. Per esempio, si vive un problema a causa dell’avvicendamento: il prossimo che arriva distrugge quello che è stato fatto prima, perché è stato fatto dal nemico. È sbagliato, perché la cultura è di tutti, quindi uno dovrebbe coglierlo come un fiore quello che è stato fatto prima, e portarlo verso una storicizzazione. Esistono festival come Umbria Jazz, perché non ne devono crescere altri come quello? Adesso ho sentito che è tornato il festival di Ruvo, e mi riempie di gioia. Quello era stato un omicidio, un assassinio; oggi ritorna il Talos e io sono stracontenta. È un festival che ha segnato un pezzo di storia, sono state fatte tante produzioni, si son potute fare tante cose che non sarebbero state possibili proprio perché il pubblico è sempre meno abituato ad ascoltare cose di ricerca.
Ai ragazzi che si approcciano ora al mondo del lavoro, e lo fanno avvicinandosi al mondo dell’organizzazione di rassegne o festival, cosa consiglierebbe?
Intanto, dal punto di vista musicale, il mio consiglio è sempre quello di scavare, cercare e formare, per esempio, più profondamente il proprio gusto e l’espressione della propria identità, perché di cloni non ce n’è bisogno. Questa è la prima cosa che io direi, poi è successo proprio in questi ultimi anni che è stato dato spazio alle nuove leve, insomma sono usciti tanti giovani bravissimi, quindi loro stanno avendo finalmente un pochettino più di attenzione, cosa che, quando io avevo la loro età, era inimmaginabile. La gavetta si deve sempre fare, però ci sono le strade, finalmente. Direi ai giovani di non cercare il successo facile, perché quello si brucia e se ne va, invece il jazz si costruisce col tempo e si migliora col tempo.

Nell’ambito jazzistico, cantare o interpretare il jazz da donna, cosa vuol dire?
Per me, personalmente, io non mi pongo questo problema perché un musicista è un musicista di sesso maschile o di sesso femminile, poi ognuno ha la sua sensibilità: conosco donne con una capacità di essere ferree, fortissime, leader, e magari musicisti maschi molto più delicati. Non mi piace dividere, per quello che riguarda la musica. Per quello che riguarda la vita in Italia, come musicista donna, devi avere le spalle proprio larghe perché l’ambiente è molto misogeno. Non mi ricordo di una direttrice di festival o di una donna in una posizione chiave, dirigenziale, nell’ambito di un conservatorio. In Italia c’è Sandra Costantini che organizza il festival di Ravenna da tanto tempo, ma sono casi più unici che rari, questo perché l’Italia è profondamente misogena.

Francesca De Micheli

Elisabetta Macchia

Antonella Valerio

 

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