La storia di un cronista chiamato Rivolta

“No, Carlo Rivolta non fu l’Andrea Pazienza del giornalismo”. Risponde così, sorridendo, Tommaso De Lorenzis alla curiosità di una ragazza, nel salotto di un bell’appartamento nel centro storico di Lecce, davanti a un po’ di testimoni salentini degli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80. Anni in cui visse, e scrisse, il “cronista del movimento”. C’è un libro che è stato pubblicato un mese fa da Einaudi e se ne parla. Soprattutto ne parla chi c’era quando –  con la nascita di Repubblica –  il giornalismo italiano cambiò stile e si fece carico, per una breve, aspra stagione, di raccontare tutto, dal di dentro.

Si parla, dunque, di Carlo Rivolta e dell’esigenza di riscoprirne il lavoro. È stato un ragazzo che (tra i 26 e i 32 anni) raccontò dalle pagine di Paese Sera, poi da quelle di Repubblica e infine su Lotta Continua, l’evoluzione, la complessità, l’implosione e il riflusso di ciò che è passato alla storia d’Italia come “movimento del ’77”. E tanto altro.

De Lorenzis e Mauro Favale hanno raccontato in “L’aspra stagione” la sua storia. Si tratta di un libro intenso, sospeso tra biografia e cronaca di quegli anni sgranata in maniera efficace per immagini, episodi emblematici, raccontata con taglio a tratti cinematografico e soprattutto riportata, fedelmente, grazie agli articoli che Rivolta firmava su Repubblica. Leggendo, si sente il ticchettio della storia che passa dai polpastrelli del giornalista, autore di alcune delle cronache che hanno segnato quell’epoca, che Favale e De Lorenzis hanno ripubblicato alla conclusione di ogni capitolo, ricorrendo all’archivio di Repubblica e Lotta Continua.

Roma che si riscopre violenta. La cacciata di Lama dalla Sapienza, la battaglia tra autonomi e forze dell’ordine, il rapimento di Aldo Moro, il “suicidio” del movimento, la droga che invade le strade della capitale e le vite dei ragazzi del ’77. Fino agli ultimi reportage da Fasano (“Mecca dei tossici”), dall’Irpinia sconvolta dal terremoto, dall’Afghanistan di Massoud in lotta contro i russi, fino a Vermicino, l’assurdità della morte di un bambino trasmessa in diretta, sbattuta in faccia a una nazione stordita.

Prime pagine di Repubblica, paginate di cronaca. Quegli anni, si potrebbe dire, ce li ha raccontati Rivolta. Dal di dentro. Perché seppe coniugare il reportage con la cronaca. Rendendo la sua vita e il giornalismo un tutt’uno appassionato, mosso da idee, letture, intuizioni, esperienza diretta. Rivolta era lui stesso ciò di cui scriveva. Uomo di movimento prima, tossico da eroina più tardi. Capace di prendere posizione, di schierarsi, e di pagare il prezzo di un mestiere esercitato con onestà intellettuale e indipendenza.

Come quando, di fronte al sequestro Moro non esitò a schierarsi per la trattativa, all’interno di un giornale (Repubblica) che aveva deciso di farsi baluardo della fermezza. O come quando, raccontando il fallimento, l’insensatezza, le divisioni interne, della lotta armata, delle organizzazioni terroristiche, venne colpito dalla condanna a morte da parte delle Br, insieme a Deaglio (che allora dirigeva Lotta Continua)e Scialoja, in quanto “consulente della controguerriglia” da ricompensare con “una buona dose di piombo”. O come quando, per amore della libertà, firma da direttore responsabile un numero di “Metropoli” giornale la cui missione editoriale era ricompattare il movimento del ’77 (tutto), i cui redattori erano finiti nella rete della repressione dei primi anni ’80. In quel momento lo Stato tirava i conti con i suoi giovani a colpi di arresti. Molti scappavano, molti sceglievano la clandestinità e la strada delle armi, altri rifluivano con sgomento a colpi di spade e buchi sulle braccia. Lui, dopo aver lasciato Repubblica (la firma su “Metropoli” gli valse una sospensione), si impegna in Lotta Continua e si impantana nell’eroina. Fino a quando, un giorno dell’82, a 32 anni, scivola (o sceglie di scivolare) da un davanzale della sua casa romana, in preda all’astinenza.

Pensavo che i giornalisti avessero il dovere di riferire su tutto quello che vedono, ma che il giudizio ultimo fosse dei lettori. […] è meglio non essere ipocriti e dire chiaramente che dai giornalisti oggi si vuole un lavoro di schieramento ne non di testimonianza. Che ci vogliano tutti convinti di dover difendere ad ogni prezzo questo Stato così com’è. Ma questa non è la nostra funzione, questa è una scelta individuale, soggettiva, non coatta. A questo punto, tra le revolverate dei terroristi che non apprezzano i giornalisti indipendenti e le galere di chi vuole i giornalisti poliziotti per sopperire alle insufficienze dell’apparato repressivo dello Stato non resta che una scelta: disertare. (lettera a Lotta Continua, dopo l’arresto del giornalista Mario Scialoja, primavera 1980)

Un libro da leggere, “L’aspra stagione”, un cronista da rileggere, Carlo Rivolta.

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One thought on “La storia di un cronista chiamato Rivolta

  1. Veramente un bellissimo pezzo quello scritto da Alberto Mello
    Segnalo,per chi volesse, Il 5 maggio ore 18.00 al Museo Sigismondo Castromediano di Lecce presentazione de L'aspra stagione con i due autori Mauro Favale e Tommaso De Lorenzis

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