Il cinema dove nessuno è straniero, cronaca di una mattinata al Festival

Per chi c’era, ed era un bel po’ di gente, la mattinata al Cinema Massimo è stata un viaggio nel paese Italia visto dagli stranieri. E nella città di Lecce, vista da un campetto da calcio, nel bel mezzo di un ex ospedale psichiatrico. Ma occorre procedere con ordine.

Festival del cinema europeo, sala 4 cinema Massimo, ore 9.30. Comincia la proiezione di tre mediometraggi molto diversi tra loro ma che rientrano tutti nella categoria “Immigrazione: responsabilità e sostegno” all’interno della sezione “Cinema e realtà” del Festival, dedicata a lavori a forte valenza sociale seguiti da un dibattito. Si parte con “Life in Italy is ok”, dedicato al lavoro dei Poliambulatori e degli ambulatori mobili che Emergency ha costruito in Italia. E che si occupano degli ultimi, di quelli che non possono permettersi neanche un ticket sanitario e degli immigrati irregolari. Tutto ciò nell’Italia della Bossi-Fini e della crisi economica, degli immigrati raccolti ai margini dei campi di pomodoro nel foggiano e dei barboni di Marghera che grazie a Emergency possono avere una dentiera. Un racconto toccante, certo, ma per nulla pietistico che contrappone l’approccio alla cura delle persone dell’organizzazione di Gino Strada alle mille sfaccettature del disagio sociale che la sanità pubblica e il welfare italiano non riescono a contenere.

Poi “C.A.R.A. Italia”. 38 minuti di documento girato dal regista etiope ed ex rifugiato politico Dagmawi Yimer all’interno di un centro per richiedenti asilo poco fuori Roma. Qui ci sono soprattutto le imbarazzanti domande degli immigrati africani sulla mentalità respingente che sta alla base delle politiche dell’integrazione italiane. Il C.a.r.a. è un luogo dove è lo scorrere noioso di giorni tutti uguli a scandire l’attesa dei rifugiati politici da paesi in guerra del permesso di soggiorno. Del riconoscimento del loro diritto. E dove gli immigrati si sentono come bambini appena venuti al mondo, in Italia, ma senza genitori che gli offrano casa, rifugio, che gli insegnino la lingua che li aiutino a studiare e trovare un lavoro. Fino al giorno in cui arriva il permesso,e la possibilità di uscire dal C.a.r.a. Senza un posto dove andare.

Filippo Cariglia e Cristian Sabatelli

Bei film, ma la sala era in attesa soprattutto del terzo lavoro proiettato. Quello di Cristian Sabatelli e Filippo Cariglia, “L’altra città”. Che racconta le diverse storie di giovani immigrati leccesi. Di persone considerate straniere. Senegalesi con la passione del raggae, gli invincibili montenegrini del campo sosta Panareo, una giovane ragazza marocchina di origine, che vive a Lecce fin da quando era bambina, e che ora ha tutto – inflessione dialettale compresa – della giovane donna salentina. Un padre brasiliano costretto a percorrere a ritroso, passando dalla stazione di Lecce, la via per il Paese da cui era partito. Storie di una Lecce lontanissima dagli stereotipi. Come il torneo Calcio Senza Confini, dove tutti i protagonisti del mediometraggio si incontrano, con indosso le maglie delle rispettive “nazionali” per giocare a pallone in quello che ormai è diventato uno dei più importanti e significativi tornei di calcio antirazzista del Sud Italia. Nato dal basso, cresciuto e rimasto sempre indipendente – totalmente autofinanziato – per scelta. “Quando le istituzioni si prendono cura di una iniziativa, poi finiscono sempre per chiedere qualcosa in cambio”, dice Afo, che il torneo l’ha ideato e organizzato insieme a tutti i ragazzi della sua associazione, BeFake, i cui commenti fanno da cornice durante tutto il film, passando dal Regina Pacis di San Foca (ferita ancora aperta nell’immaginario degli uomini di buona volontà nella terra dell’accoglienza), al campo dell’ex Opis. Un racconto per immagini da vedere assolutamente, testimonianza di una storia lunga quattro edizioni che segnerà nella memoria il momento esatto di quando la società leccese seppe essere meglio, molto meglio, di chi governava il Paese, sul tema dell’inclusione sociale dei migranti e sul riconoscimento della propria splendida identità meticcia. Ultima nota, il film è “dedicato alla Teddy” una ragazza che a un certo punto ha deciso di non esserci più ma il cui spirito libertario era, ed è, esattamente lo stesso che ogni anno fa rinascere il miracolo collettivo del torneo Calcio Senza Confini.

Yvan Sagnet

Alla fine del film di Sabatelli e Cariglia la sala si è un po’ svuotata. “Siamo rimasti tra di noi, i soliti, a parlare di immigrazione”, scherza Fulvio Soldini, responsabile Cgil per le politiche dell’immigrazione. Accanto a lui, al tavolo del dibattito, gli esponenti di Libera, Arci, Terra del Fuoco, Integra. Il “terzo settore”, convenuto tutto sull’esigenza di gridare, far sapere, che nonostante la società italiana sia più avanti di chi la governa, nonostante gli stessi immigrati siano in grado di “integrarsi” con gli italiani meglio di quanto la stessa legge e le perfidie della burocrazia gli consenta, l’Italia è ancora il paese nel quale i “clandestini” non solo esistono ma vengono anche rimpatriati come pacchi postali con una striscia di nastro adesivo sulla bocca, come segnalato – con tanto di foto –da un cittadino su Facebook proprio in questi giorni. Allora c’è da lottare ancora, “sul piano politico” dice Don Raffaele Bruno, di Libera e sul piano della dignità del lavoro”, dice Yvan Sagnet (portavoce della protesta dei braccianti di Boncuri contro il caporalato nella raccolta delle angurie, la scorsa estate).

“Perché – aggiunge Yvan – se un immigrato avesse pari dignità e diritti a partire dal suo posto di lavoro non ci sarebbe bisogno di assistenza, di carità, di provvedere ai suoi bisogni primari, come fanno bene le associazioni del terzo settore. Ci penserebbe da solo, saprebbe badare a sé stesso, se solo gliene fosse data l’opportunità. È questo il salto culturale  che l’Italia tutta deve fare, a partire dalle associazioni che si occupano di immigrazione. Più diritti per tutti, italiani e stranieri, così si combatte per l’integrazione. Non schiavizzando un milione di immigrati all’anno nel comparto dell’agricoltura del Mezzogiorno”.

E si cancellano Regina Pacis, Masseria Boncuri, Cie come quello di Restinco (ieri lì dentro è morto un altro giovane immigrato) e tutte le realtà “altre” che ancora oggi fanno dell’Italia – e del Salento – un paese accogliente solo in cartolina.

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