Etiopia: suoni dall’altopiano. Un reportage

Uno dei primi stereotipi che l’Etiopia ti costringe ad abbattere è che la musica africana sia solo ritmo e percussioni. All’esatto opposto, l’insieme delle musiche etiopi sembrerebbe dominato dalla melodia. Non che i tamburi di varie forme e dimensioni non svolgano un ruolo importante, o che la danza non sia una pratica dominante, ma il canto –  con le sue micro-variazioni, le tonalità vocali aspre e sottili – ricopre un ruolo fondamentale. È ancora più evidente nel corso della settimana santa, che nel 2012 cade esattamente una settimana dopo quella cattolica: i canti rituali, le cantillazioni delle prediche degli abba, le letture dei testi sacri intonate dai keshy riecheggiano nelle chiese e nei monasteri di tutto l’altopiano. I megafoni portano i suoni all’esterno, dove si mischiano con le preghiere di fedeli impegnati in articolate genuflessioni, con le cantilene dei mendicanti.

Canti religiosi si innalzano dai monasteri di montagna, o si diffondono nel silenzio polveroso dei piccoli villaggi. Nella capitale, invece, si confondono con la vitalità vibrante di una città al galoppo: tra i richiami dei ragazzi dei minibus, tra le urla acute dei bambini di strada, tra l’allegro passeggio di studenti e impiegati di Siddist Kilo, l’elemento religioso rimane sempre forte. Se ci si avvicina a un luogo sacro, prima ancora di avvistare i colori nazionali (il giallo, il rosso e il verde), che spesso adornano le facciate delle chiese, e prima ancora di scorgere il bianco dei netzela tradizionali delle donne in preghiera, è il riverbero delle orazioni che ti colpisce.

Addis Abeba, però, non è solo religione. Anzi, è una metropoli in pieno fermento culturale. Gallerie d’arte si diffondono nei vari quartieri; designer e architetti arrivano in città e trovano lavoro facilmente; il museo nazionale, tra le suppellettili del re dei re Haile Selassie e i fossili di Lucy, ospita un’estemporanea di giovani artisti; mentre i ragazzi del Nesta, un villaggio di artisti – ai piedi dell’Entoto – grida alla libertà d’espressione.

Il Taitu, l’albergo più vecchio della città, nel quartiere italiano, è il punto di incontro fra europei e giovani intellettuali del posto. Al suo interno, il Jazzamba ospita i concerti più interessanti e gli artisti internazionali. Il venerdì di Pasqua suonano gli Addis Acoustic, una piccola orchestra apprezzatissima in città, che affianca un sound europeo alle strutture musicali e ai canti di questa terra. Chiudono il concerto con un calypso habesha, emblema della contaminazione etiope. Sullo stesso palco, il giorno dopo, si esibisce Médéric Collignon, il prodigioso, ribelle e geniale performer francese (voce e tromba).

Un programma di così alto livello non è un’eccezione ad Addis Abeba: qui i fine settimana sono vibranti, intensi, ricchi. E si concludono al Fendica, il locale di Kasanchis in cui si possono ascoltare musica popolare e improvvisazioni accompagnate da tamburi e masinqo, una lira tradizionale a una corda (sorta di strumento-simbolo). Ciò che stupisce è la giovane età di interpreti e danzatori.

Anche il gestore è un ragazzo: Melaku Belay, una delle persone più illuminanti di tutta Addis Abeba, animo timido e ballerino eccezionale, leader degli Ethio Color, ensemble che porta in tour la ricchezza della musica etiope (a maggio in Spagna). È lui a spiegare: «la musica tradizionale è una forma di espressione molto sentita dai giovani, soprattutto in questi ultimi anni. Perché parla del quotidiano, dei problemi e degli avvenimenti odierni. I versi che vengono improvvisati sono commenti alla vita di tutti i giorni».

Un concerto di musica e poesia, al Wabe Shebele Hotel, in Mexico Square, è un’altra esperienza rivelatrice. L’idea è semplice: una band di stampo jazz accompagna un autore che legge le proprie composizioni. Ci si aspetterebbe una performance intima, per pochi interessati. E invece la sala è enorme, gremita: più di cinquecento persone – giovani, al novanta per cento – ascoltano con attenzione, ridendo di gusto alle battute più sarcastiche. «È un genere di successo, nato da poco, che unisce la musica dei migliori compositori di Addis ai versi dei poeti», spiega Efrem, uno degli autori che ha contribuito al successo di questo genere.

Il significato sfugge a chi non parla amarico, ma si può cogliere – nelle sfumature di una lingua ricca di suoni e dotata di un affascinante profilo melodico – la cura per l’intonazione e il gusto teatrale. Ci aiuta nella comprensione Simeneh Betreyohannes, ricercatore dell’Università di Addis Abeba: «la musica azmari è sempre stata fortemente politicizzata. Gli argomenti trattati sono incentrati sul commento politico, sulla satira, sui doppi sensi». Non è l’unica caratteristica, continua lo studioso, anche lui molto giovane: «la musica etiope ha sempre assorbito influenze dall’esterno, ma ha sempre saputo conservare tratti molto peculiari». In effetti, è quello che è successo con la grande stagione della musica etiope, in quel periodo che è stato definito Abyssinian Swing, con decine di orchestre che allietavano ristoranti, hotel e club della città, e i cui echi sono vivi ancora oggi.

La voglia di unire influenze esterne e patrimonio locale è confermata anche da Mulatu Astatke, musicista e compositore acclamato in tutto il mondo, padre di quell’ethio-jazz che oggi viene ascoltato ovunque. Non è difficile incrociarlo ad Addis, in giro con una semplice giacca di pelle nera, autorevole e gentile, in perfetto stile etiope. Scambiamo due parole in un ristorante europeo. «È vero, io suono del jazz, ma è da qui, dall’Africa, che viene tutto. Non bisogna mai trascurare il contributo di questo continente».

Parole che si caricano di valenze sociali e politiche: il Daily Monitor, una testata che pubblica in inglese, riferisce degli ultimi conflitti africani, ma annuncia con clamore che la crescita economica della nazione sarà la terza al mondo nel 2015. Un’altra notizia da celebrare con entusiasmo. La Pasqua etiope intanto è arrivata, in preda a un’eccitazione diffusa, metropolitana, ma sempre nel segno di quell’attaccamento ai principi antichi (buoni o cattivi che siano), che qui tutti chiamano, in inglese, culture.

Gianpaolo Chiriacò

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