Tre segni che a Lecce Lecce è arrivata la crisi crisi

3. La gente che fa i miracoli per bersi un bicchiere di vino. Accade anche questo nel più popolare ipermercato del nostro hinterland. Nessuno si era meravigliato di una mescita di detersivi sfusi che era comparsa all’interno dello spazio destinato all’alimentare. Questa macchina permette di empire più e più volte dei flaconi riutilizzabili di ammorbidenti, candeggine, smacchiatori. Qualche metro più in là, non desta stupore nemmeno la stupenda metafora della botte realizzata dal dispenser di vino rosso e bianco, altrettanto sfuso, che aspetta solo che il cliente azioni una sorta di pompa di benzina da cui sgorgano i litri di nettare come e più che in un’orgia bacchica organizzata fra lo scaffale delle conserve e il banco frigo dell’IperCoop.

E’ quando questi due prodigi, l’uno ecologico e l’altro enologico, si fondono in uno solo, che la parabola che raccontano ha un retrogusto che sa meno di oculatezza e più di spread: il miracolo dello sbiancante che diventa vino.

2. La comparsa dei ladri di tricicli. Quella che fa da copertina a questo pezzo è un’immagine che non avremmo mai voluto vedere, eppure è lì, accanto all’edicola di fronte al cantiere perenne del Teatro Apollo, ogni pomeriggio da quando c’è ci dovrebbe essere la bella stagione. No, non ci rincuora affatto sapere che, se nel ‘48, nella Roma di De Sica, a fare razzie di veicoli a propulsione umana c’erano i ladri di biciclette, nel 2012 e nella Lecce di Perrone sono arrivati quelli di tricicli.

1. Gli innamorati non possono permettersi più neanche di gettar via una chiave. Forse non ve ne siete accorti, ma da qualche tempo i nostri concittadini hanno smesso di valorizzare la versione leccese dei lucchetti alla Federico Moccia (la trovate in piazza Sant’Oronzo, tre metri sopra l’anfiteatro romano, di fronte a Chiarelli, leader nel settore delle creme callifughe).

Tutt’a un tratto, i leccesi hanno cominciato a dichiararsi amore eterno in un altro modo: iscrivendo il proprio nome, e quello del proprio partner, rigorosamente “a pennarello”, sulla base del lampione che, poco più in alto, ospita le tracce siderurgiche di ben altri idillii di provincia. Amori di un passato prossimo, tutti meritevoli del sacrificio di un serramento. Sembra ieri che li consideravamo ancora aberrazioni giovanilistiche del concetto di relazione: ormai appartengono a un’altra epoca della nostra affettività, e certamente migliore dell’attuale. Fenomeni come questo riformulano ogni dottrina della decadenza possibile. Ci spiegano, in sostanza, con una perfidia che è propria solo della storia con la “s” sottoterra, che non c’è limite al peggio.

Piccola digressione. Come abbiamo fatto a non capirla per tanti anni? La ferramenta sentimentalistica era sì uno spreco di acciaio inox, ma anche un baluardo contro la transitorietà delle relazioni moderne. Quanto calore sprigionava quell’acciaio, apparentemente freddo, manco fosse il petto del boscaiolo di latta nel Mago di Oz.

E come si distingueva questo episodio leccese dalle tradizioni autoctone di altri centri italiani! Prendete Verona. La città dei pandori è la dimensione per eccellenza in cui si ama qualcuno che non si può amare. Verona non a caso è la città in cui gli imprenditori agricoli di tutta Italia conducono le proprie “ciucce”, per i giorni del Vinitaly, ovvero i viaggi di nozze avvinazzati delle loro relazioni clandestine.

Il moccianesimo classico, correttamente ripreso in piazza Sant’Oronzo, aveva ricreato su scala local un’immagine sfavillante dell’Amore urbano-vandalistico: il lucchetto di Ponte Milvio, lucido, scintillante, duraturo. A Verona, invece, non c’è che il chewing-gum wall del Palazzo di Giulietta, a suggellare i baci degli amanti: le cicche. Le precarie, zozze cingomme. Non vai al ferramenta (eppure ce n’è uno comodissimo all’interno del recinto di VeronaFiere) e poi getti via, solennemente, una chiave simbolica. No: vai sotto il portone di Giulietta e di Romeo e ci appiccichi una gomma, incidendoci il tuo nome e quella della tua sfortunata, irregolare amata; una che nella tua sfera affettiva non avrà mai permesso di soggiorno.

Eppure, a ben guardare anche quello veronese è un baluardo di sicurtà amorosa al cospetto dei pennarelli leccesi: un pegno d’amore ormai del tutto “stradale”, che pure l’orina di cane, dopo una manciata di lune, ha facoltà di mettere a tacere per sempre.

foto di paride de carlo

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