Lecce e il cerchio magico del “comandiamo noi”

E’ proprio vero, a Lecce comandano loro: fauna piccolo-imprenditoriale dal forte tanfo di dopobarba e spiccata propensione alla relazione sociale, tardo quarantenni interpreti di un berlusconismo da riflusso, nauseante più di quello che straripava nelle piazze.
Comandano loro, che incartano la città con i 6×3 anche se sono l’ultima ruota del carro elettorale; comandano loro, che aprono raffinati comitati elettorali destinati a rimanere vuoti; comandano loro, che sono amici degli amici e comunque sempre della persona giusta; comandano loro, che trasformano il bene comune in una ludoteca per pochi intimi. Comandano loro, cui ogni tonfo sembra essere assorbito da un pavimento di gomma. Barocco.

Chissà se l’imprenditore Carlo Quarta ha consegnato davvero un assegno da 230mila euro al calciatore Andrea Masiello. E chissà se l’allora presidente Pierandrea Semeraro ne era a conoscenza. Lui dice di no. Di certo c’è che la ferita brucia, e non solo per i tifosi che nonostante tutto, nel dubbio, vanno ancora allo stadio per sostenere la squadra che ne fa quattro alla Roma (e ne prende solo due). La giustizia del dio pallone farà il suo corso.
Ma al netto della possibile frode sportiva, tutta da dimostrare, quel che oggi fa male è il timore che il cerchio magico del “comandiamo noi” possa penetrare tutti i livelli del vivere sociale leccese, anche quelli dove a fungere da “livella sociale” non è la morte ma la passione. Il tifo. E fa paura pensare che anche questa ennesima ferita possa essere sopportata o che possa non suscitare reazioni nel ventre molle di una città abituata a perdonare tutto e il contrario di tutto.

Altra cosa certa è che Carlo Quarta è candidato alle Comunali leccesi nella lista “Grande Lecce,” dote elettorale di Roberto Marti al centrodestra cittadino ricompattato nel sostenere il candidato sindaco Paolo Perrone. Quanto a tassonomia della fauna sociale in questione, quella che a Lecce comanda o comanderebbe, tutto torna; e si compatta in una comune decadenza del vivere cittadino. Dove la cortina dell’amicizia si sviluppa presto in discutibile cumparanza. Tutti sono amici di tutti e non è mai colpa di nessuno. Il teorema del “poteva andare peggio” domina, lava le coscienze e anestetizza gli animi di coloro che questa esibizione cafonal del potere la subiscono, vivendola con la stessa condizione fatalista di quando si era sudditi. Come in una sorta di medioevo post moderno.

Nella Lecce degli amici degli amici, ad esempio, non si capisce ancora chi è il responsabile di un’opera come il filobus. Tutti sanno che è una cosa che non serve e che probabilmente qualcuno ci ha speculato, ma nessuno è disposto a dare un volto ai colpevoli. E allora, di chi sarà la colpa di un’opera inutile, costata 23 milioni, e sulla quale indaga la magistratura? Di Adriana Poli Bortone? O Paolo Perrone? Forse di Massimo Buonerba? Oppure degli amici degli amici che nulla hanno fatto per evitare che Lecce venisse deturpata?

Chissà cosa direbbero quei faccioni da 6×3 se solo potessero parlare. Se fossero sinceri direbbero che anche loro fanno parte a pieno titolo del cerchio magico del “comandiamo noi”. D’altra parte ne hanno dato prova già solo contribuendo, ognuno con il suo stile, a occupare tutte le plance della città. In pratica, nel sostenere la prova muscolare che un centrodestra in crisi di nervi ha voluto offrire alla città attraverso la inquietante epidemia di manifesti da 18 metri quadrati. Un bazar di claim più o meno efficaci e facce più o meno (s)conosciute che nell’insieme restituiscono il metro della decadenza civica di cui si parla. Sono tutti coinvolti, quei faccioni.

Si va dai deliri di onnipotenza del consigliere uscente Vittorio Solero, il quale fa sapere “di stare con Solero”, cioè con se stesso, al minimalismo concettuale di Francesca Mariano. Per la consigliera uscente di Io Sud, aspra contestatrice dell’amministrazione Perrone solo fino a qualche giorno prima che Adriana Poli Bortone chiudesse l’accordo elettorale con Raffaele Fitto, c’è “una sola parola”. Chissà quale. Sarà “coerenza”?
E poi ci sono Gianni Peyla e Damiano Dautilia, ineleggibili se non avessero rinunciato in tempo utile alla guida di due municipalizzate quali Sgm ed Alba service. E, guarda caso, il primo fa sapere di amare Lecce “con trasporto”, mentre il secondo promette “energia pulita per Lecce”.

Ma a fronte dei soliti noti, che stupiscono poco, ci sono anche le tante nuove nuove leve del panorama elettorale locale (ma non di quello politico). Luca Pasqualini, braccio destro dell’onnipresente Marti e dipendente della Lupiae Servizi all’Ufficio Casa; il giornalista dell’emittente Canale 8 Gaetano Gorgoni; e l’ex presidente della cooperativa Lecce Citta Universitaria, Alessadro Delli Noci. Quest’ultimo, grazie anche alla sua esperienza alla guida delle Officine Cantelmo assicura “giovani progetti in comune”. Ecco, appunto, che spazio trovano i “giovani progetti” nel cerchio magico del “comandiamo noi”? Come si relaziona un giovane a questa vecchile attitudine alla gestione del potere?

Domande alle quali potrebbe rispondere i funambolici Giuseppe RipaLucio Inguscio, assessori dimissionari e dimissionati della giunta Perrone, il primo per comprovata omofobia nei confronti del presidente Nichi Vendola, il secondo per eccessivo zelo, con tanto di sms agli amici, nel diffondere la notizia dell’imminente uscita del bando per le case popolari. Il secondo, come si ricorderà, è stato reintegrato da Perrone a sole due settimane dalla chiusura della consiliatura per assicurarsi le sue prestazioni elettorali. Per la cronaca, Inguscio precisa che lui è “da sempre al servizio della gente”. E c’è da crederlo sulla parola.

Dunque a Lecce comandano loro. Sarà bene tenerlo a mente quando verrà presentato il conto. Qualcuno dovrà pur pagare.

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3 thoughts on “Lecce e il cerchio magico del “comandiamo noi”

  1. Chi ha governato in questi ultimi anni il Paese e i mass media popolari, ci ha rubato l’anima, invitandoci a rinunciare al nostro “paesaggio culturale”, -indicato come superfluo- provocando, secondo Salvatore Settis, una “diffusa patologia sociale” fatta di “stress ambientale, perdita di memoria storica, svuotarsi d’identità, morte della bellezza” Disadattati o indifferenti: questo siamo diventati, ideali protagonisti della nuova civiltà dei consumi, fatta di omologazione e di apparenze.

  2. Complimenti, caro Francesco, per il tuo articolo. Per i miei amati concittadini leccesi non voglio usare le formule di un vocabolario di circostanza, ma preferisco citare don Tonino Bello : " Come vorrei togliervi dall'anima, quasi dall'imboccatura di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà, che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace ! Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per farvi capire di quanto amore intendo caricarla : "coraggio" ! Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi. Coraggio, disoccupati. Coraggio, giovani senza prospettive. Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto. Coraggio … " Concludo dicendo : coraggio !!!

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