Acquedotto pubblico, il sogno infranto di Vendola e Amati

Una vera e propria doccia fredda (è il caso di dire) si è abbattuta sul presidente Vendola e sull’assessore regionale alle Opere pubbliche Fabiano Amati. La Corte Costituzionale alla vigilia della celebrazione della giornata mondiale dell’acqua che si è tenuta ieri in tutta Italia, ha ritenuto illegittima ed ha annullato (pdf sentenza) la legge regionale del 20 giugno scorso che istituiva l’azienda pubblica “Acquedotto Pugliese”. La nuova società a capitale interamente pubblico che sarebbe dovuta subentrare a quella che è attualmente una società per azioni di diritto privato, affidandole la gestione del servizio idrico. L’Acquedotto Pugliese non può, dunque, diventare pubblico. O meglio non può essere la Regione Puglia a deciderlo.

Un bel colpo per quello che Vendola considerava uno dei fiori all’occhiello del suo secondo mandato. La legge fu infatti approvata dal Consiglio Regionale a pochi giorni di distanza e sull’onda dell’ entusiasmo dalla grande manifestazione popolare referendaria del 12 e 13 giugno con cui gli italiani hanno espresso a chiare lettere che l’acqua è un bene comune non gestibile da soggetti privati che per loro stessa natura devono “fare cassa”. La normativa fu subito impugnata dal Governo Berlusconi perchè ritenuta in contrasto con le competenze delle Regione. Sono 3, in particolare, i punti su cui si è abbattuta la mannaia della Consulta. Alla Regione, infatti, secondo la sentenza, anche dopo l’esito referendario, spetta soltanto l’ “attribuzione” delle funzioni all’Autorità Idrica e non di provvedere direttamente all’ “esercizio” di tali funzioni in quanto “l’affidamento del servizio idrico attiene alla tutela della concorrenza e dell’ambiente», materie «riservate alla competenza esclusiva dello Stato» (articolo 117 della Costituzione). La Regione ha dunque legiferato, secondo la Corte Costituzionale, in materie che non rientrano nelle sue competenze.

Il secondo punto bocciato è l’articolo 5 della legge di ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese che sarebbe dovuta subentrare ad Aqp Spa (istituita con un decreto legislativo del 1999 e destinata ad operare fino al 31 dicembre 2018)  le cui azioni sono totalmente detenute dalla Regione Puglia “Non è dubbio — dice la sentenza — che la normativa regionale incida sul patrimonio e sui rapporti passivi e attivi di una società per azioni costituita con legge statale”. Anche in questo caso la Corte ha individuato una violazione dell’art. 117 della Costituzione che riserva allo Stato la competenza su tutela della concorrenza e dell’ambiente.

L’ultimo punto stracciato della legge regionale fa riferimento al transito automatico degli attuali dipendenti di Aqp Spa (società di diritto privato) nel nuovo soggetto pubblico regionale «Le modalità di tale transito — si legge nella sentenza — costituiscono una palese deroga al principio del concorso pubblico». Ciò può avvenire solo in caso di “peculiare e straordinaria ragione giustificatrice”. Cosa che la Corte non ha colto tanto da risolversi “in un privilegio indebito per i soggetti che possono beneficiare della norma impugnata”.

Questa sentenza, seppur maldigerita, non era però totalmente inaspettata. Anzi, dei sospetti di illegittimità erano già stati avanzati nel corso della discussione in Commissione da parte dell’ufficio legislativo regionale che aveva rilevato alcuni elementi che “cozzavano” con le leggi statali e la Costituzione. Ma questo non fermò comunque l’approvazione della legge.

L’assessore alle Opere Pubbliche Amati, nel commentare la sentenza, si è detto dispiaciuto sottolineando che la legge si prestava ad interpretazioni di conformità alla Costituzione quantomeno controverse. Tuttavia, ha aggiunto:

Resta il fatto che il dibattito sviluppatosi in quei mesi ha introdotto nella politica e nella cultura pugliese ed italiana elementi di valutazione di assoluta novità, che sarebbe il caso di valorizzare con un intervento legislativo del Parlamento nazionale, al quale la stessa Corte costituzionale ha riconosciuto, in via esclusiva, la potestà legislativa.

Sino ad allora resteranno in me due sentimenti, di gioia e di tranquillità.  L’uno perché siamo stati in grado di animare il dibattito sul tema moderno dell’acqua bene comune, generando così una nuova sensibilità popolare sull’argomento, e l’altro perché almeno sino al 2018 la gestione del servizio idrico in Puglia sarà saldamente nelle mani pubbliche, con un’azienda completamente detenuta dalla Regione Puglia e che continua ad ottenere, tra l’altro, ottimi risultati.

Amati ha poi voluto ringraziare i consiglieri regionali di maggioranza ed opposizione che, pur con punti di vista differenti, riconobbero la legittimità dell’iniziativa. Un ringraziamento speciale è andato ai Comitati organizzati e spontanei che in varia misura

collaborarono con noi nella predisposizione della legge. A loro, oltre il ringraziamento, le mie scuse, per l’asprezza che qualche volta dovetti manifestare nel respingere le plurime richieste di modifica alla legge: lo feci solo per la consapevolezza che il passaggio dinanzi alla Corte costituzionale non sarebbe stato facile, come purtroppo, e lo dico con tutto il rispetto per la decisione, oggi abbiamo avuto modo di vedere.

Fabiano Amati, assessore regionale alle Opere pubbliche

Un rapporto, quello con i comitati, tutt’altro che rose e fiori: l’accusa rivolta all’Acquedotto Pugliese (e di riflesso alla Regione) è di non aver applicato i dettami referendari. “Acqua Bene Comune”, infatti, in occasione della giornata mondiale sull’acqua di ieri, ha organizzato un sit-in di protesta davanti alla sede dell’Acquedotto Pugliese per chiedere  che venga eliminata la remunerazione del capitale dalle tariffe pari al 7%.  L’abrogazione della norma decretata con la vittoria del secondo quesito referendario del 12 giugno 2011-accusano- non è stata ancora messa in atto.

“L’esito referendario- hanno spiegato i rappresentanti del Comitato-ha sancito che da subito può essere restituito agli utenti il 7%, nel pieno rispetto del voto referendario. Di qui la raccolta di oltre mille lettere di reclami e diffida presentate all’Aqp che, se non dovesse eliminare la remunerazione del capitale, sarà soggetta ad azioni legali. Non più una battaglia contro la privatizzazione del servizio idrico, ma una campagna di legalità per l’applicazione della legge, a distanza di nove mese dall’esito referendario positivo”. A questa accusa Amati, alcuni mesi fa replicò:

Siete certi che nel piano d’ambito pugliese quella voce corrisponda a profitto? Non può darsi che corrisponda, a parte la questione poco nota del bond, agli interessi che sino al 2018 dobbiamo pagare (costi) per il debito da un miliardo di euro, finalizzato alla realizzazione degli investimenti? Pensate che un indebitamento di tale portata, peraltro imposto dai sindaci pugliesi, sia giustificato dall’acquisto di beni voluttuari, oppure dagli investimenti previsti dal piano d’ambito, con la curva dei costi di gestione, quelli sì da tenere sempre sotto controllo, che si mantiene costante?

Una risposta che però non sembra aver convinto i movimenti. Tuttavia, al di là della sentenza della Corte Costituzionale sul caso pugliese, resta un dato di fatto inoppugnabile: in Italia, a quasi un anno dall’approvazione del referendum tutto è rimasto invariato, come se nulla fosse accaduto. E la volontà popolare è stata, ancora una volta, calpestata.

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