La bandiera del Tibet sulla sede del Consiglio regionale

Oggi la bandiera del Tibet sventolerà dal balcone del Consiglio regionale della Puglia e del Comune di Bari. Ricorre infatti il cinquantesimo anniversario della rivolta di Lhasa, capitale del Tibet, contro l’invasione cinese. L’iniziativa è partita da Annarita Digiorgio dirigente del partito Radicale, che nei giorni scorsi ha inviato una lettera ai massimi rappresentanti delle istituzioni pugliesi e ai sindaci delle cinque città capoluogo della Puglia.

Le hanno risposto in pochi. Tanto che ad oggi sono arrivate le conferme dell’adesione all’iniziativa solo del Consiglio regionale, tramite il suo presidente Onofrio Introna, e del comune di Bari, Michele Emiliano.

Dopo l’occupazione militare del Tibet, il Dalai Lama fu costretto a fuggire in India, seguito da centomila suoi compatrioti. Lì diede vita a un governo in esilio, fondato sui principi democratici. Da allora al Dalai Lama è proibito rientrare in Tibet. E da allora la Cina ha cominciato una politica di colonizzazione dei territori tibetani tanto che oggi i coloni cinesi sono più numerosi degli autoctoni tibetani.

Persecuzioni, arresti di dissidenti, tentativi di cancellare l’autonomia culturale del popolo tibetano si sono susseguiti in questi cinquant’anni. La repressione della polizia cinese è stata feroce (si stima che almeno un milione e 200mila tibetani siano morti a causa dell’occupazione). Scrive la Digiorgio nella lettera inviata per primo al presidente Vendola che

Il Dalai Lama, insignito del premio Nobel per la pace nel 1989, ha ribadito in ogni occasione di essere contrario all’indipendenza nazionale e di volere perseguire, con i metodi gandhiani, una soluzione politica che garantisca un’autentica autonomia culturale, politica e religiosa ai cittadini tibetani. Nonostante il credito e l’apertura compiuta dalla comunità internazionale nei confronti della Cina, dopo la fine dei giochi olimpici, il Governo di Pechino ha continuato ad attaccare violentemente il Dalai Lama, accusandolo di mentire e di puntare alla secessione del Tibet, come si è visto anche in occasione dell’ultima visita della guida spirituale e politica tibetana negli Stati Uniti. Recentemente il Governo della Cina ha imposto drastiche misure restrittive ai monasteri buddisti tibetani della contea di Aba/Ngaba (provincia dello Sichuan) e di altre regioni dell’altopiano tibetano, violenti raid delle forze dell’ordine, detenzioni arbitrarie di monaci, potenziamento della sorveglianza e presenza costante della polizia all’interno dei monasteri a fini di controllo delle attività religiose. Le citate misure di sicurezza sono volte a limitare il diritto alla libertà di espressione, di associazione e di confessione religiosa all’interno dei monasteri buddisti tibetani.

Le forme di resistenza dei monaci tibetani hanno compreso, in almeno 13 casi, la pratica del darsi fuoco in segno di protesta. Una invasione, quella cinese, che da cinquant’anni resta un atto unilaterale di forza e reticente a qualsiasi tentativo diplomatico. Nel frattempo quella che era una economia povera si appresta a diventare la prima economia del pianeta. E ad acquisire un peso diplomatico, politico e militare senza precedenti. Ciò non deve chiudere gli occhi della comunità internazionale e delle persone che credono nella democrazia e nell’autodeterminazione dei popoli. Esporre una bandiera su una sede istituzionale oggi più che mai è un atto di coraggio.

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