Chiamatele pure quota rosa, ma se sono mimose fioriranno

Ero poco più che un adolescente quando commisi l’errore di prendere in prestito dall’albero di mimosa del vicino di casa un ramoscello. L’errore, badate, non fu tanto l’aver violato la proprietà privata del vicino – per cui per altro non provavo alcuna simpatia -, ma quello di aver regalato quel ramoscello a una ragazza, una donna, per l’8 marzo.
Il presente non fu gradito e il cazziatone che rimediai fece sprofondare la mia autostima nelle viscere dell’inadeguatezza come poche altre volte mi era capitato fino a quel momento.
La cosa più antipatica è che non capivo il motivo di tanto astio nei confronti di quel gesto. Sì, ok, l’8 marzo non c’è niente da festeggiare, l’8 marzo è un giorno di denuncia, l’8 marzo è un giorno che dovrebbe far riflettere, l’8 marzo fa schifo, l’8 marzo dovrebbe essere tutto l’anno e sì, comprendo bene che la dignità della donna, delle donne, non passa attraverso una mimosa. Ma una mimosa è pur sempre solo una mimosa, pensai, e regalare un fiore a una donna rimane ancora un bel gesto. No? No, non l’8 marzo. Non la mimosa.

Dopo dieci anni cerco ancora di capire come rapportarmi in questa ricorrenza senza pensarmi come un gretto materialista maschilista (Elio docet). E benché la mimosa continui a farmi tanta simpatia, l’8 marzo giro alla larga dai quei pallini gialli. E bocca chiusa, auguri non se ne fanno nemmeno sotto tortura. Parlare di “quota rosa”, invece, fa figo. Dio benedica le quote rosa e chi le ha inventate. Quote rosa, come no? Delizia della psiche, orgoglio compassionevole del fallocentrismo più ipocrita. Quote rosa, ovvero il modo più politicamente corretto per dire “donna”.

E però quel post adolescente divenuto nel giro di pochi minuti un giovanotto di belle e perplesse speranze, rimasto dieci anni fa con un ramoscello di mimosa depresso in mano, non ci sta. Grida vendetta, pretende spiegazioni. Non capisce, lui, perché le donne non si ribellano a questa ipocrita trovata maschilista delle quote rosa con la stessa determinazione con cui rigettano il pensiero di una mimosa. Non capisce e si interroga, non ci arriva e chiede spiegazioni. Come possono due parole così male assortirte – “quote” e “rosa” – essere diventate l’emblema post moderno del riscatto femminile? Perché una donna non è più femmina di quanto sia una “quota rosa”?

Oggi è stata presentata la legge regionale di iniziativa popolare in materia di rappresentanza di genere nelle elezioni per il Consiglio regionale. E’ cosa buona giusta, per carità. E’ fondamentale che la rappresentanza politica femminile aumenti, ma imporla per legge può essere un’arma a doppio taglio, quasi una (poco) gentile concessione di una politica maschile nei modi e nei costumi. Anche perché il problema non è solo nella quantità, altrimenti si dovrebbe dare atto a Berlusconi che la stagione del puttanesimo di Palazzo a qualcosa sia servita.

Eppure dopo dieci anni di interrogativi dall’epifania esistenziale che divenne quell’8 marzo, qualcosa l’ho capita. Se le donne avranno l’accortezza di rimanere tali, cioè femmine, nella gioia e nel dolore, negli usi e nelle abitudini, comunque femmine e non “quote rosa” impegnate nella riscrittura di un machismo in gonnella, allora non avranno da temere. Il mondo non può che essere loro, che siano esse ispirate dal modello Belen o da quello Camusso. Il fallocentrismo è come il petrolio, questo è certo. E’ una risorsa finita, destinata a esaurimento.
Circa le mimose, non temete, care voi, le regalerò a me stesso. Perché son belle.

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