British Gas lascia Brindisi. Addio al rigassificatore

Quella del rigassificatore è ormai una querelle che si trascina da 11 anni tra giro di tangenti, sequestri, ricorsi alla magistratura da parte degli enti locali, procedure di infrazione europee. Due giorni fa, la svolta: in un’intervista al Sole 24 Ore il presidente e amministratore delegato della British Gas Italia Luca Manzella ha annunciato la rinuncia al faraonico progetto da oltre 800 milioni di euro. Un’opera considerata strategica dai diversi Governi Berlusconi per il fabbisogno energetico nazionale troppo dipendente dai Paesi stranieri (in particolare la Russia) e che avrebbe dovuto garantire l’ approvigionamento di  8 miliardi di metri cubi di gas con l’assunzione di circa un migliaio di addetti.

“Delusa e scoraggiata” dal prolungarsi all’infinito del braccio di ferro con le autorità italiane, e nonostante i 250 milioni di euro già spesi per il progetto, British Gas avrebbe dunque deciso di togliere le tende da Brindisi. Definitivamente. Per far capire che questa volta si fa sul serio ha chiuso gli uffici brindisini ed ha chiesto la mobilità per i suoi 20 addetti. Un tempismo, però, che lascia più di qualche sospetto e che giunge a pochi giorni dalla sentenza definitiva del 16 marzo prossimo del processo che vede coinvolta la British Gas per i reati di corruzione, falso e occupazione abusiva di area demaniale marittima.

E a pochi giorni dall’aggiudicazione del consorzio Tap della fornitura all’Italia (rete Snam), di 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas, da effettuarsi tramite un enorme gasdotto che direttamente dall’Azerbaigian verrà interrato nel Salento, all’altezza di San Foca (E non a Brindisi, dove inizialmente si era progerttato l’approdo). Solo un caso?

il progetto del rigassificatore

Ma la storia del rigassificatore di Brindisi è interessante di per sé. Perchè, anche se non dovesse andare in porto, ha raccontato nel suo svolgersi tutti i vizi di una buona parte della classe politica della città adriatica: oppurtunismo, sudditanza alle grandi lobby dell’industria, lentezza nelle decisioni, e forse, forse, il vizietto di svendere il territorio – e le potenziali ricadute sulla salute dei cittadini – per acquisire vantaggi personali.

Tutto iniziò nel 1999 quando l’allora sindaco di Brindisi Giovanni Antonino nel settembre 1999, in cambio di una tangente da 360 milioni di lire, firmò una lettera “segreta” con la quale impegnò il Comune, all’insaputa di tutti, a concedere il via libera alla realizzazione dell’impianto in località Capobianco. Nel 2003 il Governo Berlusconi con un decreto rilasciò le autorizzazioni all’avvio dei lavori che iniziarono due anni più tardi ma, sulla scorta di numerosi ricorsi presentati alla magistratura, i lavori furono sospesi due anni più tardi.  La data chiave di tutta la vicenda è il 12 febbraio 2007 con gli arresti, in seguito alle indagini della Digos e della Guardia di Finanza, su delega della procura di Brindisi, del presidente di British Gas Italia, Franco Fassio, di due manager, dell’ex primo cittadino Giovanni Antonino e dell’agente marittimo Luca Scagliarini con le accuse di corruzione, falso e occupazione abusiva di area demaniale marittima.

Contestualmente agli arresti, la magistratura pose i sigilli al cantiere. A scompaginare i piani della British Gas ci si mise anche l’Unione Europea che,  nel 2007, avviò una procedura di infrazione contro l’Italia per la violazione di due direttive: quella sulla valutazione di impatto ambientale e quella sulla consultazione popolare. L’impianto sarebbe dovuto sorgere, infatti, in un’area ad alto rischio ambientale a ridosso del centro abitato già, assediata,come è noto, da altri insediamenti industriali non propriamente “green”. Il Governo Prodi in attesa del pronunciamento dell’Ue sospese, ma non revocò le autorizzazioni concesse dal Governo Berlusconi. Nel dicembre 2009, in seguito alle modifiche progettuali presentate dalla British Gas, la Commissione di via comunitaria concesse le agognate autorizzazioni. Tutta la vicenda si gioca da anni su un doppio filo: quello processuale e quello amministrativo. La sentenza è attesa per il 16 marzo  prossimo. Le ipotesi accusatorie a carico degli imputati, come hanno già fatto sapere gli inquirenti, andranno in prescrizione: nulla da temere per loro dunque.

Giovanni Antonino

Ma a preoccupare la British Gas è la possibile confisca definitiva del cantiere che, secondo i giudici, risulterebbe fuorilegge in quanto posto su un’area demaniale. Il secondo fronte, altrettanto bollente, è l’iter autorizzativo a livello ministeriale. Per  l’ok al rigassificatore si attende la conferenza dei servizi presso il Ministero dello Sviluppo dello Sviluppo Economico che non è stata ancora convocata. Tra indagini della magistratura e procedure di infrazione comunitarie in tutti questi anni un ruolo fondamentale è stato giocato dagli enti territoriali. Difficile ricordare a Brindisi un’unità di intenti così marcata, indipendentemente dal colore politico, tra Comune, Provincia e Regione. L’ex sindaco di Brindisi Domenico Mennitti fece del “no” al rigassificatore uno dei punti fermi della sua azione amministrativa scontrandosi duramente con le pressioni provenienti non solo da Roma e dai vertici del partito ribadendo in più occasioni “A casa mia comando io”.

Pressioni che travalicavano anche i confini nazionali e che provenivano dallo stesso Governo britannico. Infatti come ha rivelato nel corso del processo British Gas Franco Tatò, amministratore delegato dell’Enel  dal 1996 al 2002, fu lo stesso premier Blair a chiedere al presidente Berlusconi che il progetto andasse in porto  il quale “aveva garantito che non ci sarebbero stati ostacoli nel realizzare a Brindisi l’impianto, ma io ritenevo che fare il rigassificatore lì fosse un’assurdità perché nel territorio c’erano già due centrali a carbone e un petrolchimico”.

Nella sua “requisitoria” l’amministratore delegato ne ha per tutti. Per il Governo Monti “che così come si rivolge agli investitori finanziari, dovrebbe inviare messaggi altrettanto chiari e rassicuranti anche agli investitori industriali, che hanno un enorme bisogno di certezze” e per gli enti locali “che continuano la loro strenua opposizione al progetto depositando una raffica di ricorsi”. Il ministro dell’Ambiente Clini ha rispedito al mittente le accuse specificando che si tratta di “una decisione della British gas. Non è nostro mestiere quello di procacciare opportunità di investimento per le imprese. Quello che possiamo fare è cercare di fare in modo che le procedure di autorizzazione dei progetti di investimento avvengano in tempi brevi. E questo sarebbe un gran passo avanti per il Paese”

Anche il presidente Vendola ha rimarcato la necessità di semplificare le lungaggini burocratiche sottolineando però “che se la British Gas ha avuto problemi con l’insediamento dell’impianto di rigassificazione nel porto di Brindisi questi non sono dipesi certamente dalla lentezza della macchina burocratica, bensì dalla pretesa della British di eludere le procedure di valutazione ambientale e di imporre, per il suo rigassificatore, un luogo da sempre e da tutti giudicato inidoneo”. Una scelte compiuta “caparbiamente” contro la sensibilità della comunità e contro tutti i pareri formali degli enti locali coinvolti.

Una soddisfazione che ha accomunato tutte le forze politiche trasversalmente. Sia il candidato sindaco del Pdl D’Attis che del Pd Consales l’hanno definita una “vittoria della città”: ora però è necessario “voltare pagina” definitivamente

L’unica eccezione il presidente della Provincia di Brindisi (nonché ex presidente di Confindustria) Massimo Ferrarese che ha giudicato la decisione di British Gas in chiaroscuro: “è stata una battaglia vinta perché la città non voleva l’impianto costruito in quel sito, ma è un’occasione persa sia per l’investimento così importante che per i tanti posti di lavoro”. Già il lavoro. Il solito, irrisolto dilemma a cui però, almeno in questo caso, istituzioni e cittadini, compatti, hanno dato una risposta univoca e convinta: no al rigassificatore

 

 

 

 

 

 

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