Lecce-Genoa: equazioni, encomi e fittiana filosofia

Nell’epoca dei riconoscimenti, il dubbio è di quelli che non ti lasciano dormire la notte. Chi merita, dunque, il solenne encomio del capo dello Stato? Il guardalinee (Petrella oppure De Luca, nessuno lo saprà mai) che a Lecce – una settimana dopo la svista di un collega, vedi Milan – Juventus – ha dato il via libera al gol “vedo non vedo” di Sculli? Oppure il terzino leccese Davide Brivio, capace di metterla dentro col suo piede migliore – il sinistro – grazie a un epico calcio di punizione? La saggezza imporrebbe, in questo caso, un ex aequo: “Due esempi da seguire, nei quali si devono riconoscere coloro che hanno il senso di responsabilità e rispetto dei compiti affidati loro e della divisa che portano”. Maglia giallorossa o giacchetta nera, poco importa.

“MisFatto satira&sentimenti”, l’inserto del “Fatto” di Padellaro e Travaglio, suggerisce un attacco del genere a un pezzo su questo Lecce-Genoa 2 a 2 che, a un certo punto, proprio non riusciva a fornire una chiave di lettura ventesimale. E dire che, per come è finita, da parlare ce ne sarebbe, eccome. Ma l’equazione fittiana che dà valore alle cose è sacrosanta anche in una partita di calcio. Non più tardi di ieri mattina, infatti, l’ex ministro Raffaele Fitto, prima di stringere la mano ad Adriana Poli Bortone, stabiliva che “su 17 anni di rapporto con la Poli, quasi 14 avevano prodotto risultati gratificanti, nei restanti tre c’erano state sofferte divisioni”. Ma cosa vuoi che siano i miseri ultimi tre anni, di fronte a quei 14 così gagliardi? Ebbene, cosa vuoi che siano una trentina di minuti finali da elettroshock – con i gol di Muriel (pari 1 a 1), la punizione di Brivio (2 a 1 per il Lecce), il gol all’85esimo di Sculli (per il 2 a 2 finale) e il miracolo di Benassi in pieno recupero – di fronte alla lentezza fatta registrare nel primo tempo e all’inizio del secondo da Lecce, Genoa, arbitro e guardalinee?

E così, alla luce delle insigni dediche del Quirinale al bravo carabiniere, imperturbabile di fronte al barbuto che gli dava del “pecorella” in val di Susa, e alle onorificenze suggerite dal “Fatto” nei confronti del barista Gino che “restando dietro il bancone ha fatto un caffè”, della parrucchiera “che ha fatto una messa in piega” e del calzolaio “che ha risuolato un paio di stivaletti”, ci sbilanciamo e da qui sentenziamo: Davide Brivio, cavaliere della punizione. “Per aver invitato il portiere genoano Frey a sorseggiare a pecorella un caffè preparato dal barista Gino, dopo una risuolata della sua scarpa sinistra dalla quale è partito un colpo talmente forte da costringere l’estremo difensore a una messa in piega d’emergenza, causata dallo spostamento d’aria provocato dal pallone diretto all’incrocio dei pali”. Vaneggiamenti.

Un bis, quello di Brivio, dopo il gol simile segnato due settimane fa contro il Siena. Peccato che sia servito soltanto a far scaricare le frustrazioni di una settimana di lavoro agli 8mila del via del Mare, prima della doccia fredda con la seconda rete di Sculli. Medaglia d’argento al valor guerriero per il Cosmo, in grado di mandare a quel paese, con evidenti segnali di fumo (dalle orecchie), la terna arbitrale al gran completo, con tanto di quarto uomo e steward addetto allo spogliatoio. La mancata espulsione di Kucka urlava vendetta. E lui l’ha urlata con tutto il fiato che aveva in corpo. Questo spiega la mancata attribuzione dell’encomio all’assistente dell’arbitro Russo: d’altronde, per dirla con Raffaele, cosa vuoi che ce ne importi di un attento assistente, se rapportato ad altri tre pasticcioni in egual divisa?

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