Il filo della (non) vergonga che unisce Fitto e Poli

Che cosa trattiene, in un comune racconto, i tremuli scambi epistolari tra Raffaele Fitto e Adriana Poli e i recentissimi, quanto furiosi, dossier denuncia inoltrati alla Procura di Lecce con il dichiarato intento di aprire per uno o per l’altra le porte delle patrie galere cittadine? E tra questi e le sorti infelici di un antico indomito combattente che di mestiere fa l’editore, oramai ferito a morte e tristemente riassorbito come inutile comparsa, nella corte di coloro che più di ogni altro avevano avversato le sue precedenti battaglie?

E quale sottile filo lega poi tutto ciò a quel personaggio politico locale (che di nome fa Paolo e di cognome Pellegrino), già transitato nel centrosinistra cittadino il tempo necessario per mandare a casa la giunta di Stefano Salvemini e, poi, quando sembrava fortunatamente scomparso, riemerso nel “terzo polo” quanto è bastato per affossarlo definitivamente? Sempre pronto, lui, al richiamo dell’eterno padrone.

Per me non c’è alcun dubbio: è la vergogna.
Anzi, è il tentativo di riscrivere le comuni ragioni di una collettività proprio sull’assenza della vergogna. Del resto capisco bene che dopo il lunghissimo periodo berlusconiano è difficile per tutti riconoscersi in questo sentimento.
Sia nel senso letterale, quello che allude al richiamo del timore religioso e del rispetto sacro (quello di Adamo che si copre il viso, mentre è scacciato dal Paradiso Terrestre); sia dal punto di vista sociale, dove la vergogna acquista il rilievo della principale emozione su ci si costruisce tutta la dinamica delle relazioni umane.

E’ come dire che è inutile aspettarsi da questi personaggi dell’opera dei pupi qualsiasi forma di turbamento per le loro azioni. Non li vedremo mai, né in pubblico né probabilmente in privato, preda di un naturale sentimento d’indegnità.
Quel sano pudore che li costringa a chinare il capo, abbassare gli occhi sfuggire insomma lo sguardo “giudicante” degli altri.
Semplicemente perché, per questa gente, la vergogna, come sentimento morale, non esiste più. Anzi si è trasformata nel suo opposto. Nella “vergogna” di non aver successo, di non essere notati: la terribile “vergogna” di non essere nessuno, di scontare l’anonimato sociale.

Del resto se torniamo alle storie dei nostri eroi c’è qualcosa che tiene insieme i loro comuni destini. E’ il sentire sulla propria pelle che la fine di questa stagione politica potrebbe determinare la loro completa scomparsa.

Sopravvivere, quindi, a se stessi in una continua riproposizione narcisista del potere e dei suoi meccanismi d’inclusione. Allontanare il “tramonto”, sfuggire la “morte sociale”. Allora la questione diventa semplice.
Quanta gente c’è ancora nella nostra città capace di vergognarsi… di costoro?

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