Il destino dei marò pugliesi e il nazionalismo indiano
La peggiore notizia che la Farnesina potesse attendere è arrivata: Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marò pugliesi fermati in India con l’accusa di omicidio, saranno trasferiti nel carcere di Trivandrum per una detenzione preventiva di massimo tre mesi. Il caso dunque si complica anche perché i due rischiano l’ergastolo o la pena di morte. Ciò che sappiamo di questo vero e proprio intrigo internazionale è che il 15 febbraio 2011, al largo delle coste dello stato indiano del Kerala, due pescatori del luogo scambiati per pirati, sarebbero stati uccisi dai due militari del Battaglione San Marco che prestavano un servizo di sicurezza sulla petroliera italiana Enrica Lexie. L’accaduto ha creato un serio caso diplomatico tra India e Italia.
La Marina italiana sostiene che i due soldati hanno agito seguendo le procedure e sparando raffiche di avvertimento nei confronti di un’imbarcazione ritenuta ostile. Il peschereccio non è stato colpito dai marinai italiani ma è stato vittima di un altro scontro a fuoco verificatosi più tardi, nello stesso giorno (le stesse autorità indiane hanno confermato l’esitenza di due conflitti a fuoco in due località diverse). Inoltre il caso deve essere trasferito alla magistratura italiana perché, come dimostrato dai rilevamenti satellitari, è avvenuto in acque internazionali, su una nave battente bandiera tricolore. Dunque i due militari godono dell’immunità.
Questa è la tesi della difesa.
L’India invece vede l’accaduto da un’altra prospettiva, affermando che i due fucilieri avrebbero agito con leggerezza, causando la morte dei pescatori all’interno di acque non infestate da pirati e appartenenti al territorio di Delhi. Ma la faccenda puzza e non poco. La vicenda e la relativa bufera diplomatica sono arrivate su tutti i media indiani, scatenando sentimenti nazional-popolari e vive manifestazioni anti italiane. In passato, però, la sorte di due pescatori non ha mai creato un polverone simile in India. Eppure avvenimenti del genere sono stati frequenti, basti pensare ai numerosi omicidi e aggressioni subite dai pescatori Tamil da parte dello Sri-Lanka.
Ma in questi giorni si vota in cinque Stati indiani tra cui il Kerala, luogo dell’incidente, dove il partito nazionalista del Bjp
starebbe portando avanti una battaglia elettorale sulla protezione dei pescatori. Inoltre, guarda caso, c’è un’italiana di nascita, Sonia Gandhi (nella foto), a guidare le sorti del Congresso ovvero il più grande partito sullo scenario politico. Al riguardo non sarebbe la prima volta che la fazione antagonista porterebbe avanti delle campagne elettorali facendo leva sull’italianità della leader. Ovviamente presentando la questione in “salsa” negativa. Ancora nessun esponente politco ha chiamato in causa direttamente la persona ma parrebbe evidente la strumentalizzazione in atto mirata a screditare l’avversario politico tramite un forzato parallelismo.
A quanto pare, quando si tratta di competizioni elettorali, tutto il mondo è paese e la cosidetta “macchina del fango” non sembrerebbe un prodotto esclusivamente made in Italy. Quindi un mix di polverone mediatico, manifestazioni populiste e pressioni politiche avrebbero spinto la magistratura indiana, spesso influenzabile, ad assumere una linea dura sulla faccenda dei due marò. Altrimenti difficilmente si spiegherebbero alcune prese di posizione assunte dalle istituzioni locali, finora poco inclini a seguire i consueti standard diplomatici. Ad esempio appare molto strana la scelta di non eseguire l’autopsia sui corpi dei pescatori, pratica che avrebbe consentito di verificare la provenienza, italiana o meno, dei proiettili. Non solo questo non è stato fatto ma anzi si è provveduto subito alla cremazione delle salme. Altro fatto inconsueto è stato il prelievo forzato dei militari dalla nave, che non potevano essere arrestati in quanto agivano per conto dello stato italiano e quindi godevano dell’immunità. In molti hanno contestato la scelta di consegnare i marinai e di come il governo Monti ha gestito l’accaduto.
Effettivamente c’è da dire che difficilmente un altro Stato avrebbe acconsentito lo svolgimento di una pratica simile; ad esempio gli italiani ricordano bene come si comportarono gli Stati Uniti sul caso Calipari. Gli Usa non ci pensarono minimamente a consegnare il marine Mario Luis Lozano, reo di aver ucciso l’agente del Sismi, ma anzi provvedettero subito a riportarlo in patria. Eppure, in questo caso, la colpevolezza dell’americano era sembrata da subito palese.
Insomma, a quanto pare, l’India avrebbe messo sul tavolo tutti gli ingredienti necessari per far perdere le staffe anche al più pacifico dei paesi. Ma l’Italia, come ci ha abituato il governo dei tecnici, ha conservato il suo rinomato “aplomb”. Prima della sentenza di oggi la dichiarazione più dura che si ricordi è quella di Terzi, Ministro degli Esteri, che quando è venuto a conoscenza dell’ennesima “stranezza” metodologica (ossia la non ammisione dei carabinieri alle prove balistiche) ha affermato: “Se i nostri esperti non ci sono, non abbiamo garanzie. Queste continue novità sul piano procedurale e legale non sono assolutamente un segnale positivo”.
Tardiva appare quindi la nota uscita poca fa dalla Farnesina che esprime “vivissima preoccupazione” per la decisione presa, giudicando “inaccettabili” le misure che prevedono la custodia giudiziaria per i marò. La situazione ora è cambiata, indubbiamente in peggio e qualcosa forse andava fatto prima. Tuttavia molti concordano con la linea diplomatica finora intrapresa dal governo italiano, affermando che la giusta strada da seguire è la fiducia nei confronti delle istituzioni locali. Altri invece considerano il caso come un grave affronto e auspicano che il governo faccia sentire maggiormente la propria voce. La strategia del basso profilo sinora scelta dalla Farnesina potrebbe essere sintetizzata in una dichiarazione rilasciata sempre dal Ministro Terzi dopo l’incidente: “ Auspico che i nostri rapporti con l’India non vengano in nessun modo intaccati da questa dolorosa vicenda”. Queste parole dimostrerebbero che il ruolo dell’Italia è quello del pompiere. Nonostante abbia subito ogni sorta di “stravaganza” giuridica, per qualcuno anche qualche umiliazione.
Ma lo stupore potrebbe passare in fretta per chi si accorgesse che in quell’ affermazione del Ministro non ci sarebbe solo un normale auspicio ad una riconciliazione ma anche il tentativo di tutelare gli interessi economici italiani in India, nazione considerata “partner commerciale strategico”. Difatti l’Italia è il quinto fornitore europeo di Delhi e indubbiamente la vicenda rischia di minare gli ottimi rapporti finanziari tra due paesi che nel 2011 hanno avuto degli scambi mercantili che hanno superato i 7,5 miliardi di euro, con un incremento del 25 per cento rispetto al 2010. Basti pensare alle sole industrie belliche italiane che sono divenute importanti fornitrici delle forze armate indiane, per un giro d’affari di centinaia di milioni di euro. Pensiamo a Fincantieri che con il governo di Nuova Delhi ha stipulato un contratto da circa 30 milioni per la creazione di sette fregate, cosi come è in cantiere la progettazione dell’apparato motore della prima portaerei indiana. Inoltre non dobbiamo dimenticare che due tra le più grandi aziende del “Belpaese”, la Fiat e la Benetton, sono operative nel subcontinente. Ragion di Stato o orgoglio nazionale, questo è il dilemma.
Intanto nel mezzo della contesa tra uno Stato al tramonto e un paese alla ribalta, al centro della lotta tra Davide e Golia ci sono due uomini in attesa di conoscere la propria sorte.

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