Poli e Fitto, revival grottesco di una stagione al tramonto

Adriana Poli Bortone sembra aver accettato di sostenere Paolo Perrone alle elezioni comunali. Potrebbe non candidarsi in prima persona. Ma è comunque scesa a patti con quello che sembrava, prima delle primarie del centrodestra, il diavolo in persona. Una scelta, confezionata a beneficio dei media come uno scambio di interlocuzione ai “massimi livelli”, segna la conclusione di un declino politico della senatrice forse ben dissimulato, ma inesorabile. E per una personalità politica che è entrata di diritto nella storia della città, questo accordo, consumatosi dopo gli ultimi due anni di veleni nei quali le sue gestioni sono state ricordate dall’attuale maggioranza come una sorta di periodo della peste, suona come una sconfitta. Che maturava da tempo.

L’anno cruciale è stato il 2009. Con la nascita di IoSud (a marzo), due settimane prima del primo congresso del Pdl nazionale. Era passato un anno di travagliata gestazione del “partito unico dei moderati” e, tra il predellino di Piazza San Babila e il Congresso del marzo 2009, c’era stata la decisiva vittoria alle elezioni politiche del 2008. Tutti convinti della bontà del progetto di Berlusconi, dunque, tranne lei, la senatrice, che tutto sembrava volere fuorché essere cooptata nel minestrone socialista, liberale, democristiano, missino e quant’altro, sul quale Berlusconi, con un agile mossa, aveva costruito il suo quarto governo.

Il 2009. L’anno in cui infuriata, appena tre settimane dopo aver dato vita a IoSud (ai primi di aprile), la senatrice annuncia che si candiderà alla Provincia di Lecce, alleata dell’Udc. E si candiderà contro il Pdl di Raffaele Fitto, appena nominato ministro, che lancia la fatwa nei suoi confronti. Isolare questa pericolosa, rancorosa, mina vagante è l’ordine, costi quel che costi. Così, ai primi di maggio, dopo un mese di logoramento, Paolo Perrone è costretto a cacciarla dalla giunta. Lo fa con una lettera che viene anche letta in Consiglio comunale. Lei, Adriana, ascolta le parole del giovane sindaco di cui ha acconsentito ad essere la vice. E lo fa dal pubblico, perché sugli scranni di Palazzo Carafa lei e i suoi assessori (Martini e Battista) non ci salgono. È una frattura insanabile, che sarà seguita da tre anni di veleni.

Di roba pesante, davvero. Come le accuse di Perrone alla “malagestio” delle passate amministrazioni. Delle risposte piccate della senatrice e dei suoi che, nel frattempo, sono passati all’opposizione. Una posizione, quella della Poli, irremovibile. Di più, lei stessa dichiara guerra al Pdl. E in un preciso momento sembra anche portarsi in vantaggio. E cioè quando nel 2010 riesce, con la sua candidatura, a togliere al centrodestra quei voti che servirebbero a Rocco Palese per battere Nichi Vendola alla Regione. Fitto, dopo la  sconfitta del suo uomo, è costretto a rassegnare le dimissioni da ministro (verrà reintegrato due giorni dopo).

Giustizia è fatta, deve aver pensato la Poli. Perché in realtà a rompere il patto, la pax, nel centrodestra pugliese fu Fitto. Che da tempo aveva cominciato a indietreggiare di fronte a una candidatura della senatrice alle Regionali del 2010 a beneficio del suo delfino Palese.  Lei non ci vide più. E fu sufficiente per mandare in soffitta un patto che aveva consentito, con Fitto alla Regione e la Poli tra Parlamento, europarlamento e città di Lecce, di imporre una egemonia su tutto ciò che di significativo succedeva nel Salento. Questo patto ha dominato tutto il decennio a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000. Finché Fitto non ha cominciato a pensare che della Poli si poteva fare a meno. Finché Fitto ha cominciato a pensare che in un partito maggioritario – ma davvero – l’unica politica delle alleanze possibile fosse “chi mi ama mi segua”.

Fitto ha rischiato, ha vinto alle Provinciali del 2009 – nonostante la Poli – ha perso alle regionali 2010 –  a causa della Poli – riuscendo però ad ottenere il perdono da parte di Berlusconi. Ma è proprio da quel marzo del 2010 che è cominciata la parabola discendente dell’Adriana. Logorata dalle battaglie a perdere. E logorata dagli abbandoni, continui, dei suoi più fedeli portatori di voti. Cooptati uno ad uno. E ricompensati uno ad uno. Giancane, Martini, Cairo e il big Angelo (Tondo) a Lecce. Molti ex fedelissimi di An in provincia.

Per non parlare poi della continua e imperterrita opera di denuncia e demolizione dei principali “affari” del suo secondo governo cittadino. I Boc, Via Brenta, la vicenda della progettazione del filobus. Si può dire che il fittiano Paolo Perrone abbia tenuto la sua immagine pubblica puntando proprio alla presa di distanza dall’operato delle amministrazioni Poli (di cui fu membro e vicesindaco). Le inchieste giudiziarie e l’arresto cautelare dell’ex braccio destro della senatrice (Massimo Buonerba) hanno fatto il resto. Adriana, per la prima volta dopo decenni di politica, è in difficoltà. Pochi giorni fa ha denunciato a sua volta di voler fare sfracelli portando alla luce gli affari che si sarebbero consumati all’ombra del piano delle alienazioni. Non lo farà più? Certo, denunciare il presunto malaffare dei suoi compagni di viaggio sarebbe paradossale. Oggi Fitto chiama e lei risponde. Questione di sopravvivenza.

A Lecce sembra essere successo questo. Dopo la traboccante partecipazione alle primarie del centrodestra, Poli Bortone ha compreso che le restano due strade. Fare una lista col Terzo Polo con i suoi (ormai pochi) fedelissimi senza candidarsi in prima persona (ipotesi che l’Udc, che casomai la vuole candidata a sindaco, non avrebbe accettato). O salire sul carro. E ha scelto di salire. Fitto ha fatto lo sforzo di scriverle una sdolcinata lettera. E lei ha risposto oggi.

“Sento forte l’onere, assieme con tutto il mio partito, di non sottrarmi alla doverosa assunzione di responsabilità. Caro Raffaele se ci guardiamo indietro scopriamo che questo nostro lembo di terra, negli ultimi quindici anni, ha fatto notevoli progressi grazie anche alla capacità di governo che le nostre comunità umane e politiche hanno saputo porre in essere. Se però guardiamo in avanti ci rendiamo conto che c’è ancora molta strada da fare”.

L’unità, qui, è solo di reciproche convenienze. E certifica la fine di una fase politica ben precisa. Quella della Lecce-città-di-destra. Fitto, che grazie a Perrone ha messo le mani sul capoluogo come con la Poli non gli era mai riuscito, intende aprire la nuova fase. Una nuova Lecce nella quale “cumandamu nui”, il partito di Palazzo Carafa. La Poli, evidentemente, si sente troppo giovane per uscire di scena. Ed è pronta a reinventarsi gregaria in questo scenario, pur di non restare nell’ombra. Magari contrattando un posto al sole per qualcuno dei suoi nello scacchiere complessivo delle prossime amministrative in provincia di Lecce.

Ma c’è un però. Che emerge da una lettura eretica delle primarie leccesi del centrodestra. In realtà in quell’occasione il Pdl di Perrone ha espresso al Tiziano qualcosa che si avvicina al massimo esprimibile. E cioè, Fitto sa che Perrone e il suo cerchio magico, comunque vada, non basteranno a vincere le elezioni comunali contro Loredana Capone. Da qui l’esigenza della lettera d’amore alla Poli. Da qui l’esigenza di raccattare, comunque vada, tutto il possibile sacrificando ogni coerenza politica e ogni consecutio logica dei fatti politici degli ultimi anni. Da qui l’esigenza gattopardesca di dover spacciare per novità politica una minestra riscaldata.

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