Il trionfo di Perrone, quantità in cerca di qualità
Nessuna sorpresa, nessuna suspense. Le primarie del centrodestra sono andate come dovevano andare. Paolo Perrone non solo ha vinto (risultato scontato alla vigilia, già certo prima della pausa pranzo), ma ha legittimato senza appello la sua leadership all’interno del centrodestra cittadino: 14mila 335 voti su 17mila 418 votanti, ovvero l’83,64 per cento. Chi batte le carte è lui.
Aveva bisogno di ribadirlo, il sindaco uscente. Aveva bisogno di mettere a tacere le voci di chi lo raccontava in affanno: indebolito da cinque anni di amministrazione non brillante, fiaccato da tre anni di corpo a corpo senza esclusione di colpi con Adriana Poli Bortone e delegittimato da un partito in frantumi. Perrone aveva bisogno di ribadire al centrodestra e a se stesso che il Paolo leader di questa città è lui e nessun altro.
A questo, in effetti, sono servite le primarie del centrodestra leccese, ieri al gran debutto in società. La quantità prima di tutto. Per la qualità (forse) c’è sempre tempo.
Sia chiaro, ieri non c’era da scegliere il candidato sindaco migliore per una coalizione; c’era, più semplicemente, da farne trionfare uno e da asfaltarne un altro. Anzi, altri due. Basti pensare che Paolo Pagliaro, lo sfidante più accreditato, di voti ne ha presi 2mila 401 (il 14,01 per cento), mentre Gigi Rizzo, l’outsider, non è andato oltre le 403 preferenze (il 2,35 per cento). Missione compiuta. Anche fin troppo (ti piace vincere facile?).
Poi c’era l’esigenza fisiologica di offrire una prova di forza al centrosinistra e ai suoi 7mila 814 elettori di gennaio. E, numeri alla mano, anche da questo punto di vista tutto è filato via liscio come l’olio. Per farlo, però, il centrodestra ha portato a votare alle primarie molto più della metà del suo elettorato potenziale delle secondarie. Talmente eccessivo, il dato numerico, da non sembrare credibile, “una prova di forza” (così l’ha definita Perrone) incontestabile, ma talmente ostentata che sembrerebbe nascere da una (in)conscia ansia da prestazione.
Comunque la si voglia vedere Perrone ne esce rinforzato. Più dentro che fuori, più politicamente che elettoralmente, più all’interno del centrodestra che nei confronti del centrosinistra, ma pur sempre rinforzato. Il sindaco uscente, insomma, si è riappropriato di quella legittimità politica che per motivi molteplici gli era venuta meno. E lo ha fatto mettendo in campo le energie quantitativamente migliori che aveva a disposizione, le sue e quelle dei suoi uomini di fiducia. Come fosse una sorta di prova generale di quello che accadrà nei prossimi due mesi di campagna elettorale.
Resta da capire quanta qualità ci sia nel dato numerico di queste primarie del centrodestra; quanta è stata la polvere messa sotto al tappeto e quanta quella effettivamente spazzata via. E saranno proprio i prossimi due mesi a dirlo. Prima tappa: la coalizione. Perrone ha lasciato intendere una volta di più che l’obiettivo è l’allargamento (“non è detto che la coalizione debba chiudersi alle persone qui presenti”), fermo restando che chi detta le regole al tavolo delle trattative (dalle quali il primo cittadino non esclude l’Udc) è lui. Anche (soprattutto?) con Adriana Poli Bortone e Io Sud. Il che potrebbe creare problemi insormontabili o semplificare di molto le cose. Molto dipenderà da quanta forza d’animo dimostreranno gli interlocutori del ringalluzzito Pdl.
Eppure, al di là dei 17mila 418 votanti la vera partita politica di Perrone e del suo partito comincia oggi. Adesso è una questione di qualità.

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