Se anche i giapponesi tifano Lecce al Via del Mare

Capitolo 1: i due di Okinawa. Per non scontentare i puristi, è bene dire fin da subito che la partita tra Lecce e Inter, disputata ieri pomeriggio allo stadio di Via del Mare, è terminata con il risultato di 1 a 0. Restino pure tranquilli gli abate Cesari della penna nostrana: è loro il grato compito di strillare fin dalle prime battute gli esiti, in questo caso imprevisti, dell’incontro di calcio che ha rilanciato in classifica i giallorossi. Ma il segreto di questa vittoria – la prima in casa di quest’anno – arriva da lontano: da est. È il segreto della orientale danza della bandiera: quella del Giappone, e più a est di così non si può. Una bandiera che sale su e giù per la tribuna (est, guarda caso) proprio mentre Guillermo Giacomazzi raccoglie un lancio di Oddo dalla destra e batte l’estremo difensore dell’Inter, Julio Cesar.

Dunque, al trentanovesimo minuto del primo tempo il pubblico esulta per la rete del capitano, e comincia a fare gli scongiuri per evitare che si ripetano gli errori già visti. E due giapponesi, variamente incappucciati nell’unica tribuna inferiore del Via del Mare sprovvista di copertura, per dimostrare la vicinanza al loro illustre connazionale Nagatomo, in difficoltà nientemeno che contro il Lecce, decidono di alzarsi dal loro posto, un po’ timorosi. Tentano di legare la bandiera bianca con il punto rosso in mezzo sui cancelli a bordo campo. Ma non hanno una corda con loro, e così provano a legare il simbolo della gloriosa nazione del Sol Levante prendendolo per le orecchie. Proprio in quei momenti il Lecce sfiora il raddoppio, prima con un tiro di Di Michele respinto da Lucio con la schiena, e una manciata di secondi dopo con uno scambio rapido tra Cuadrado e Di Michele concluso con un passaggio verso Muriel, in fuorigioco. I due coraggiosi orientali tornano al loro posto con la bandiera: servirà a ripararli dalla pioggia per tutto il secondo tempo.

Capitolo 2: novità. Di novità ce ne sono quattro. La prima arriva direttamente dal risultato: quest’anno il Lecce mai aveva vinto in casa, e grazie al gol di Giacomazzi riesce ad aggiudicarsi i tre punti, con un salto non indifferente in classifica. I giallorossi staccano il Novara, relegato all’ultimo posto, raggiungono e superano il Cesena, sconfitto in casa dall’Atalanta, e viaggiano a 16 punti. Il quartultimo posto, che equivale alla zona salvezza, è ora a tre lunghezze, ed è occupato dal Siena. E fra tre settimane il Lecce giocherà proprio col Siena, in casa. Uno scontro diretto, sperando che nel frattempo siano arrivati anche altri punti: mercoledì, nel turno infrasettimanale a Udine, poi in casa con il Bologna domenica prossima, quindi in trasferta contro l’Atalanta.

Le altre tre novità della giornata riguardano gli ultimi acquisti. In due hanno esordito fin dal primo minuto: ottima la prova di Leonardo Miglionico, piazzato da Cosmi al centro della difesa e all’altezza del suo compito. Meno buona, forse, la prestazione di Manuele Blasi, tornato nel Salento dopo 13 anni in giro per l’Italia: dalla Roma alla Juventus, passando per il Perugia, poi a Palermo, Napoli, Parma. Il centrocampista, piazzato nel cuore della manovra da Serse Cosmi, ha alternato movimenti buoni a movimenti cattivi per tutta la partita. Qualche errore di troppo che ci può stare, quando hai avuto l’illusione di vincere due scudetti (con la Juventus) salvo poi scoprire che era tutto un bluff, condito da una manciata di convocazioni in nazionale. Il giovane Haris Seferovic, 19enne svizzero ma di origini bosniache e terzo nuovo arrivo, ha giocato venti minuti, dopo aver rilevato Muriel. Nella sua prestazione sono da segnalare: una mezza discesa in solitudine verso l’area dell’Inter, conclusa nel peggiore dei modi con un passaggio a Di Michele, intercettato da Lucio, e un paio di svirgolate a centrocampo nelle fasi finali nel tentativo di spazzare la palla lontano dall’area di rigore del Lecce. Sarà stato il disappunto per essere stato incitato, al suo ingresso, al grido di “vai Milosevic” da un gruppetto di tifosi poco informati. Per un bosniaco non deve essere il massimo.

Capitolo 3: economie. Tra un tavolino di un bar e un frigo “Algida”, i lettori del lunedì divorano le righe che celebrano l’impresa dei giallorossi. Una città volenterosa, se non altro. Una città tronfia del suo essere da serie A, patriottica dopo le fatiche dei suoi undici atleti (tredici con le sostituzioni), e tuttavia capace di popolare uno stadio negli eventi esclusivi, quando sul prato verde sgambettano personaggi come Ibrahimović (notare il dettaglio della affricata alveolo-palatale), Del Piero, Milito, Robinho, Matri o Zanetti. E dietro i botteghini c’è chi se la ride, perché l’esotico e irraggiungibile fa cassa.
È evidente, insomma, che dei leccesi – quei centomila o poco meno – solo una minima parte tifi la squadra della propria città. E quando a Lecce arrivano il Milan, la Juventus e l’Inter, lo stadio si popola. Stavolta sugli spalti c’erano 14.078 persone, per lo più di colori avversi. Molti, questo è vero, sono arrivati dalle province vicine. Svettavano, in curva sud, gli striscioni nerazzurri di Taranto e Brindisi (alla faccia della Regione Salento). E poi, ancora, Bari, Acicastello (pensa un po’), Matera. Ma erano tanti anche i leccesi pronti a rispolverare vecchie origini “bauscia”, con tanto di sciarpa, alcuni di loro mimetizzati in tribuna est e alla centrale. Il colpo d’occhio non era pari a quello offerto lo scorso 8 di gennaio dagli juventini. 22 giorni fa c’erano 23.298 spettatori. Anche stavolta, però, questioni di sicurezza hanno imposto all’Unione Sportiva Lecce di affidare l’intera curva sud ai tifosi ospiti: diciamo la verità, una società (che non c’è), in tempi di crisi, è costretta a cercare fino in fondo risorse (380mila e 604 euro l’incasso) per non affondare del tutto, in assenza di capitali e con una proprietà da mesi in cerca di volenterosi cui passare la mano. Con buona pace degli “indignados” non paganti della tribuna centrale. Tra loro Giovanni Semeraro.

Capitolo 4: i crudeli insegnamenti di Schettino. Per non affondare, come s’è detto, la società si affida perfino alle crociere. Che di questi tempi non sono così apprezzate, ma che servono per lo meno a fare cassa. Prezzi speciali offre Royal Caribbean International, e le compagnie gemelle Celebrity Cruises, Azamara Club Cruises, Pullmantur e CDF Croisières de France. Per promuovere i suoi servizi, la compagnia ha scelto proprio lo stadio di Lecce: i nuovi pannelli con i led, ai margini del rettangolo verde, lanciano il messaggio al popolo salentino, notoriamente abituato a salpare (come no?). Chi non ama i Caraibi può dirottare le proprie scelte verso la compagnia di traghetti Moby, e le sue “mini crociere maxi divertimento” per la Sardegna, Corsica e Isola d’Elba. In cambio della striscia pubblicitaria, la Moby ha assicurato ai giallorossi l’imbarco per la trasferta di Cagliari del 25 febbraio.

Resa dei conti. Partita nella partita, quella dell’allenatore del Lecce Serse Cosmi. Ci vorrebbe uno spazio a parte per descrivere in ogni dettaglio i movimenti di quest’uomo dall’aspetto rassicurante e dolce di lineamenti. Urla, gesticola, corre da una parte all’altra, supera i confini della panchina, litiga con il quarto uomo, gli sorride con aria di sfida, getta la coppola, la riprende, usa un contenitore della sixtus (l’azienda che fornisce il materiale sanitario) come poggia bottiglia. È come se ci fosse anche lui in campo, soprattutto nel secondo tempo quando il Lecce contiene l’arrembaggio (per restare nel marinaresco) dell’Inter in un clima infuocato, e con la squadra in trance agonistica. Serse Cosmi come Uma Thurman: uccide Bill Ranieri e prenota altre imprese.

Stefano Cocciolo

P.s.: Per colpa della danza della bandiera, mezza tribuna stampa ha perso quasi per intero l’azione del gol del Lecce.

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