A prima vista sembra il secondo tempo delle primarie, quello che Carlo Salvemini ha inaugurato oggi, con i suoi sostenitori, nel comitato elettorale – pieno – di via Nazario Sauro. Perché, in sostanza, ha detto apertamente: “Voglio sfidare i miei alleati (il Pd, ndr) oltre che i miei avversari (il centrodestra, ndr) sul metodo con il quale si acquisisce il consenso”.
Passo indietro, ieri Carlo Salvemini posta su facebook la seguente massima:
“Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta” (Buckminster Fuller)”
Il nuovo modello che Salvemini vuole portare nella politica leccese è quello della partecipazione, espresso col suo movimento. Un modello, oltre che una proposta politica, che però è stato vinto sul terreno del consenso, dei voti (circa 500 in più), dal modello-Loredana Capone. E questo è il punto.
Perché il consenso della vincitrice delle primarie – a detta di Salvemini – si è nutrito di “qualche episodio consumatosi sotto gli occhi di tutti”, riferimento al voto di tanti – forse troppi? – cingalesi. E anche “di qualche episodio consumatosi dietro le quinte”. Riferimento all’apporto di alcuni personaggi del centrodestra cittadino (ma Salvemini non lo dice). Poi c’è stato quel 10 per cento di Sansonetti, candidatasi a 15 giorni dalle votazioni, che ha influito sull’esito delle primarie.
Insomma, il risultato del 22 gennaio il candidato di Lecce2.0dodici l’ha ingoiato ma non l’ha digerito. Solo che, lungi dal contestare la validità del voto (o meglio dal “combattere la realtà esistente”), ha rivolto lo sguardo, e la (Auto)critica ai suoi stessi sostenitori. “Vittime di una sindrome antica della sinistra”, quella di “affidarsi troppo al candidato, a cui viene demandato il lavoro di acquisizione del consenso”. “Dobbiamo ammettere a noi stessi”, dice ai suoi, “che qualcosa in più poteva essere fatto”.
Allora, previo necessario bagno di pragmatismo, i partiti (Sel, Fds, Puglia per Vendola), i movimenti, le associazioni e i singoli che hanno creduto nel modello di “Lecce città pubblica” – i quali ascoltavano il discorso di Carlo in silenzio – sono stati invitati da Salvemini a una nuova sfida, che parte dalle parole di Fuller: “costruiamo il nostro modello” alle elezioni amministrative. Non solo. A questo giro, impegnamoci perché sia il più votato.
A livello operativo: “Propongo di costituire una sola lista civica, senza simboli di partito, nella quale candidare il meglio che abbiamo da proporre alla città”. Della cosa Salvemini rivela di aver già parlato con Nichi Vendola, ottenendo l’ok del presidente della Regione.
Rinunciare, dunque, a una lista di Sel, a una di Fds, a una di Puglia per Vendola, per raccogliere molti voti, battere il centrodestra, ma anche affermare “una leadership all’interno dell’alleanza”. In modo che dopo le elezioni, nell’eventuale maggioranza in Consiglio comunale, pesino – e tanto – i voti (e i volti) di quella parte di città che, sostenendo Salvemini alle primarie, sosteneva “l’alternativa e non l’alternanza”.
Il disegno è un po’ meno complicato di quello che sembra. Le ambizioni anche. E a chi gli chiedeva di mettersi a capo di una lista che “unificasse la sinistra leccese” (la Fds), Salvemini ha risposto semplicemente che non è il suo compito. “Con il rispetto dovuto, mi considero espressione di un voto che non si schiaccia sulle appartenenze e sui simboli, la mia storia politica si rivolge anche a un elettorato che va oltre i perimetri tradizionali”.
Imparare la lezione, dunque. Non solo quella delle primarie, ma anche quella di altre amministrative, nelle quali sono spesso presenti liste composte da candidati che si “cannibalizzano” a vicenda, insistendo sullo stesso elettorato. Salvemini, con la sua proposta, “offre l’occasione” (dice) anche di superare anche queste storture, in nome di un progetto più ampio e più alto della presenza a tutti costi di partiti e leaderini politici. Questo il modello nuovo. Per rendere “obsoleti” i meccanismi e le dinamiche con le quali i partiti costruiscono in consenso in città.
A proposito di perimetri e dinamiche di consenso “tradizionali” nella mattinata Salvemini ha incontrato una delegazione del Pd, guidata da Loredana Capone. La candidata a sindaco del centrosinistra ha confermato a Salvemini la sua intenzione di andare alle elezioni con la coalizione di centrosinistra, la stessa che ha votato alle primarie, senza cercare l’allargamento verso l’Udc. Un po’ di conti, insomma, se li è fatta anche Loredana Capone. E, evidentemente, ha capito che c’era più da perdere a sinistra che da guadagnare al centro (Salvemini aveva detto apertamente che avrebbe considerato rotto il patto di coalizione se Capone avesse allargato all’Udc al primo turno).








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