Lecce, la corruzione e la magistratura distratta

 

Poche considerazioni su Lecce.
Non c’è alcun dubbio che stiamo assistendo all’epilogo (a volte triste altre volte farsesco) di un lungo monopolio conservatore sulla nostra città.

Nessuno nega più che intorno ai nomi in codice dei “boia chi molla”, “omoni” e gambe di legno” ci sia semplicemente la torbida storia di una decina di pubblici amministratori, da anni convinti che l’occupazione del Palazzo fosse ragione sufficiente per legittimare i peggiori intrallazzi.

Per molti anni moltissimi cittadini (la grande maggioranza) hanno vissuto una specie di narcotico innamoramento per costoro; quasi una forma di fedeltà religiosa che li ha portati a credere con rabbiosa ostinazione (e spesso al di là d’ogni logica) che l’attività amministrativa di queste persone (circa una decina, ripeto) fosse sempre, per definizione, improntata all’interesse generale.

Un delirio di generale conformismo, insomma, ha tenuto insieme pezzi importanti della società leccese.
Quelle che, per ruoli istituzionali, avrebbero dovuto vigilare, denunciare e sanzionare. Questo è avvenuto nonostante questa volta, la politica dell’opposizione, avesse descritto quello che stava avvenendo al Palazzo di città con grande anticipo e precisione.

Per singolari ragioni queste denunce sono state accolte con fastidiosa sufficienza. Insomma, è come se si fosse levato un invisibile ma solidissimo muro di omertà che, certo, alla fine ha protetto i loschi manovratori ma al contempo ha distrutto l’etica pubblica.

Me la ricordo, la locale informazione, che anche quando era costretta a raccontare le denunce di Salvemini o del povero Benincasa si affrettava poi a pendere dalle pelose verità dei dieci noti amministratori, riportate sempre con grande enfasi.

Ma la cosa più grave è il silenzio della Magistratura leccese. Come spiegare che il più grave episodio di corruzione mai avvenuto nelle stanze del Palazzo di città (e che sicuramente i dieci noti amministratori non potevano ignorare) sia stato smascherato dalle indagini fiscali di una procura svizzera e dall’ostinazione investigativa di quella della città di Perugia? Qui da noi, solo nebbia.