Agricoltura e veleni. A che punto siamo in Puglia

 

Qualche giorno fa una delle specialità agroalimentari pugliesi – il carciofo brindisino – ha ottenuto dall’Ue il riconoscimento Igp (Denominazione di origine protetta). Salutato a livello istituzionale come un altro piccolo passo verso il riconoscimento della qualità a livello europeo (e internazionale) di uno dei segmenti produttivi fondamentali per la Puglia, la notizia ha suscitato non poche perplessità in quanti guardano con diffidenza alle produzioni agricole nel Brindisino. E questo per via della presenza della centrale “Federico II” di Cerano; e non a torto, visto il fenomeno davvero poco edificante, scientificamente provato, della cozze tarantine piene zeppe di diossina.
Al netto dei riconoscimenti, la domanda che molti pugliesi si pongono con sempre maggior frequenza è facile facile: che cosa mangiamo?

A questa necessità di conoscenza è tenuta a rispondere l’Arpa, Agenzia Regionale per la prevenzione e la protezione ambientale. Ed è tenuto a rispondere, tra gli altri, l’assessore regionale all’Agricoltura Dario Stefàno. Così l’assessore:

Il sistema alimentare italiano (e pugliese in esso) è tra quelli che attesa uno dei maggiori livelli di affidabilità al mondo in termini di sicurezza. Vige un sistema di monitoraggio costante di tutti i valori da parte dell’Arpa e delle Asl. Nel caso della zootecnia a Taranto, ad esempio, non appena i i parametri si sono attestati sulla soglia di allarme sono stati attivati tutti gli strumenti necessari. L’Arpa interpreta stabilmente una serie di rilevazioni ambientali che ci rendono conto di ciò che accade nell’atmosfera e di conseguenza anche nei terreni agricoli nei quali avviene una determinata coltivazione. Le coltivazioni, soprattutto quelle disciplinate da procedure Igp e Dop, come ad esempio il carciofo brindisino, non vivono una criticità di natura fitosanitarisa, perché ancorano la procedura produttiva a tutta una serie di standard che ci rendono assolutamente sicuri.

Eppure, non sono mancati nel territorio negli ultimi anni situazioni di vera e propria emergenza ambientale. Nel 2007 a Cerano l’allora sindaco di Brindisi Mennitti impose con un’ordinanza il divieto totale di coltivazione lungo un area di circa 7 km. Quando l’Arpa rilevò livelli di allerta – che non erano ancora di acclarata insicurezza – fu deciso immediatamente di adottare quel provvedimento. E questo perché ogni autorità dal sindaco in su – spiega ancora Stefàno – ha gli strumenti per poter impedire preventivamente che non solo si producano, ma soprattutto si commercializzino prodotti contaminati o comunque a rischio.

Ma le dichiarazioni lasciano il tempo che trovano se non supportate da dati. Da questo punto di vista l’Arpa segnala il rapporto “Monitoraggio della contaminazione da micotossine in prodotti alimentari 2008-2010”, dove si mette in evidenza che in via generale le preoccupazioni dei pugliesi preoccupazioni non siano per nulla campate in aria:

La necessità di assicurare un livello di nutrizione accettabile, l’esigenza di distribuire prodotti alimentari in tempi e distanze dilatati, nonché il livello crescente di inquinamento ambientale, hanno portato al riscontro sempre più frequente di numerose sostanze chimiche negli alimenti. Additivi, coloranti, residui di antiparassitari si aggiungono ai contaminanti di origine naturale (micotossine) e agli inquinanti ambientali (metalli pesanti, IPA, PCB, diossine…).
La tossicologia gioca oggi un ruolo sempre più importante nella prevenzione dei rischi associati all’esposizione agli xenobiotici (e, come ormai molti studi dimostrano, oltre l’80% delle sostanze xenobiotiche vengono assunte con l’alimentazione!) Su questi basi è possibile affermare che anche la strategia da attuarsi nel campo dell’alimentazione deve coinvolgere necessariamente, ed in maniera sempre più preponderante, l’indagine tossicologica a tutti i livelli della filiera
agro-alimentare.
Diversi bioindicatori della “qualità tossicologica” possono da una parte ridurre il rischio o garantire il consumatore con una certificazione tossicologica di qualità e d’altra parte, evidenziare precocemente, nella specifica fase, il contaminante, la fonte di contaminazione e, di conseguenza, rendere possibile la sua eliminazione.

Se questo è vero in via generale, ogni caso andrebbe valutato nella sua specificità in relazione alla zona di riferimento. Dal rapporto, realizzato dalla Sezione Chimica Alimenti del Dipartimento Provinciale Arpa di Bari, che ha effettuato un’analisi fitosanitaria su 971 campioni provenienti da tutta la regione su una eterogenea quantità di prodotti (frutta,ortaggi, cereali e derivati, vini, oli, legumi, alimenti per l’infanzia) è emerso un quadro non particolarmente negativo ma che non è privo di elementi di criticità. Per ognuno dei 971 campioni presi in esame sono stati ricercati in media oltre 170 principi attivi. Dall’analisi si evince che il il 70,1% (compresi i prodotti da agricoltura biologica) è risultato privo di residui o comunque non superiori ai limiti di rilevabilità. Tuttavia, sul 28,1% del campione sono stati individuati da 1 a 8 residui. L’1,8% è stato valutato come non conforme (cioè quegli alimenti che rappresentano un grave rischio per la salute del consumatore e per i quali è richiesto un intervento immediato.
Complessivamente- si legge nel rapporto- le percentuali di irregolarità riscontrate, sono in linea con gli andamenti nazionali degli ultimi anni, mentre risultano più basse di quelle riscontrate a livello comunitario (-5%)

L’Arpa, allo stesso tempo però, mette in evidenza delle criticità da non sottovalutare:

La presenza contemporanea di più residui sullo stesso alimento, anche se rientranti nei limiti massimi legali è piuttosto ricorrente in molti prodotti di largo consumo (frutta, ortaggi e olio), costituenti importanti della tanto consigliata dieta mediterranea, nonché prodotti tipici della nostra regione. E’ vero che, nel caso in cui è presente un singolo principio attivo, il superamento occasionale del limite legale non comporta un pericolo per la salute ma solo il superamento di una soglia legale tossicologicamente accettabile.

Si legge nel rapporto che rispetto agli anni precedenti è aumentato il numero di irregolarità riscontrate per la presenza di residui sui prodotti ortofrutticoli ma questo – secondo i tecnici – “si spiega col fatto che è aumentato il numero di campioni controllati e il numero dei principi attivi ricercati: più si cerca, più si trova”.
Conclusione: non esiste una risposta certa alla domanda originaria sul “cosa mangiamo”. Quel che è certo è che il lavoro di controllo scientifico non solo esiste ma negli ultimi anni ha accresciuto il suo volume di campionamento. Questo dicono (senza alcun giudizio di valore) al momento le fonti ufficiali a disposizione. Ai cittadini, tuttavia, la legittimità di diffidare e l’invito a tenere alta la guardia.