Perché il Mezzogiorno è davvero una risorsa #2

Sempre più la questione “mediterranea” (moderna declinazione nel nuovo millennio della “questione meridionale”) insiste sul tema delle fonti energetiche.
Diventa questa la nuova dimensione che rende centrale nell’agenda internazionale il tema del “Sud” del nostro paese, e ne esalta le inedite funzioni di nuova locomotiva dello sviluppo.

Nel mio precedente articolo sostenevo che le differenze di reddito geografico in uno stesso paese non necessariamente rappresentano motivo di ostacolo allo sviluppo dell’intero sistema economico (il Pil nazionale), ma non proponevo per il Mezzogiorno d’Italia un meccanismo di crescita basato sullo scambio ineguale. Quello, per intenderci, che fu imposto, nell’immediato dopoguerra dai paesi vincitori (America, Russia, Francia e Inghilterra) a quelli del Terzo mondo. Insomma, un nuovo tipo di colonialismo.

Non che questo rischio non sia sempre presente. Alcune posizioni politiche recentissime della Lega Nord nei confronti del Sud, ad esempio, ne sono evidentemente ispirate. Ma c’è una novità. Sono cambiati i “Sud”.

Le antiche forme di dominio e controllo che hanno funzionato benissimo per oltre un secolo si scontrano oramai con consolidate consapevolezze democratiche. I processi sociali e le modifiche istituzionali che (fra mille contraddizioni) si delineano nettamente nel nuovo Egitto, nella Libia del dopo Gheddafi, nella Tunisia che partecipa a libere elezioni, per non parlare della modernissima Turchia che cresce con indici di Pil dell’8%, declinano con nuovi linguaggi il tema antico del Mediterraneo.

La stessa Algeria e il Marocco, che apparentemente non sono state ancora travolte dai nuovi processi di democratizzazione, hanno dovuto mettere in atto enormi investimenti per venire incontro a domande sociali sempre più complesse e insistenti.
L’Europa tutta non può fare a meno di questo straordinario bacino di risorse.
Certo, si tratta spesso di pelosi interessi (come quelli che hanno spinto Francia e Inghilterra a sostenere con febbrile entusiasmo l’azione militare in Libia), ma è questo il tema centrale dell’agenda europea.

Da questo dipende in gran parte la stessa soluzione alla crisi finanziaria e la recessione industriale che sta caratterizzando la vecchia Europa. Un tema che è poi diventato gigantesco da quando la ricchissima Germania ha deciso che chiuderà entro il 2022 tutte le sue centrali nucleari.

Questo significa semplicemente che la più forte economia europea dovrà approvvigionarsi per circa il 25% del suo fabbisogno energetico (tanto era l’apporto del nucleare) sul libero mercato del gas e del petrolio.
A questa nuova esigenza il governo tedesco ha già risposto consolidando il rapporto con la Russia di Putin attraverso la potentissima Gazprom.

Entro la prima metà del 2012, infatti, entrerà in funzione il condotto sottomarino Nord Stream che porterà da subito, direttamente, dalla Russia in Germania, 55 miliardi di metro cubi di gas e che potrebbe diventare domani il vettore capace di assorbire le risorse energetiche Russe e al contempo soddisfare tutta la domanda tedesca.

A quali costi? E che fine faranno, a questo punto, i tanto sbandierati accordi tra Italia e Russia, come l’impianto South Stream, che dovrebbe arrivare a Otranto? La verità, come vedremo, è che torna centrale il Mediterraneo.
Insomma, il Sud.

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