Perché è sbagliato sottovalutare Renzi

 

Al di là della retorica della rottamazione e del giovanilismo esasperato e al di là di quella faccetta da cherichetto ormai prossimo alla prima comunione, Matteo Renzi nella tre giorni della Leopolda ha fatto delle proposte, cento per la precisione, riassunte in un documento che in queste ore sta facendo il giro delle redazioni di mezza Italia (l’altra metà racconta della resurrezione di Silvio).

Dopo tre giorni di interventi monodose – cinque minuti – il dato principale è soprattutto questo. Ci sono delle proposte. E c’è un segnale politico importante. Come scrive Concita De Gregorio oggi su Repubblica, da ieri Renzi c’è. E ci sarà probabilmente per i prossimi dieci, quindici anni. E’ questa la sua vera candidatura, è questo il dato politico rilevante che arriva da Firenze.

Per questo le schermaglie a distanza con il resto del centrosinistra, quello che il sindaco di Firenze vorrebbe rottamare, valgono quanto le chiacchiere da bar del lunedì. Posta la lontananza anagrafica, politica, culturale (e tante altre ancora) che oggi dividono Bersani e Vendola da Matteo Renzi, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel bocciare in senso definitivo questo “Big bang”. Oltre che di metodo sarebbe un errore di merito. Il rischio è quello di non capire per tempo le dinamiche in atto, così come in Puglia il Pd ha faticato a cogliere il dinamismo vendoliano (sottovalutandolo).

D’altra parte esiste una certa contiguità tra Eyjafjallajkull, il vulcano islandese di Nichi (chi si ricorda le eruzioni di buona politica?), e il Bing bang di Matteo. Entrambe iniziative che avrebbero dovuto scompaginare gli orizzonti del centrosinistra, alla ricerca di nuovi approdi. Ed entrambi appuntamenti che si sono poi rivelati l’esordio, sulla scena nazionale, di leader territoriali. Vendola va, anzi arriva da sinistra, Renzi viene dal centro. Nel mezzo Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Rosy Bindi (e chi più ne ha più ne metta) con la matassa ormai troppo imbrogliata di un partito che sarà pure democratico, ma che di risvegliarsi “wiki” – come se non esistesse una storia – non ha nessun bisogno. Un partito plurale, semmai. Alla guida di un centrosinistra plurale.

Del quale fa parte un ragazzo che a 19 anni partecipò alla Ruota della fortuna di Mike, accanto a Vendola e Bersani che alla stessa età – in epoche diverse – facevano militanza per le strade di periferia. Ma forse, come si dice, l’epoca delle “grandi narrazioni” è finita e il risultato è anche che la sinistra “storica” è ormai capace di farsi mettere in crisi da un giovane yuppie.

Sarà pur vero che il ragazzo di Firenze nelle modalità di comunicazione ricorda un certo yuppismo Anni ‘80, che la sua visione “leggera” del partito e della politica è figlia di primo letto del già fallito veltronismo e che al momento è il personaggio politico più amato dal centrodestra che il centrosinistra annoveri tra le sue fila. Ma è pur vero che molte delle sue 100 proposte possono rappresentare un terreno comune su cui confrontarsi. Altre sono molto lontane da una visione “di sinistra” della vita. Ma il fatto è che nessuna critica mossa a Renzi da parte di Bersani e di Vendola è entrata nel merito di queste cento proposte.

Questo atteggiamento denota timore e tende a evadere dal confronto. Con più lucidità si sarebbe potuto sottolineare, ad esempio, che Renzi parla molto poco e con molta poca cognizione del Mezzogiorno. Insomma, non parla del Sud e, probabilmente, non parla al Sud. Il che non aiuta ad affrontare con serietà il tema dello sviluppo del Paese.

Si sarebbe potuto far notare che Renzi liquida con eccessiva velocità il passato del centrosinistra, quello popolato dai “dinosauri”. Un passato che, in fin dei conti, ha visto la sinistra al governo del Paese solo per due legislature su 16, e non è stata solo quella dei “nonni politici che sono andati al ristorante e hanno lasciato il conto da pagare”. Ma è stata anche quella che ha portato l’Italia nell’Euro – checché ne pensi Berlusconi – e che ha gettato le basi per fare dell’Italia l’interlocutore privilegiato della sponda Sud del Mediterraneo. E’ stata la sinistra che ha cominciato – timidamente, certo – a modernizzare il Paese.

E si sarebbe potuto evidenziare che Renzi non dice su quali istanze andrebbe plasmato il programma di governo. Certo, parla di innovazione, di riduzione dei parlamentari, di spoliticizzazione delle aziende pubbliche, di un welfare che sposi un’idea “dinamica” di società. Quello che ormai dicono tutti, insomma. E poi invoca la “liberazione” dal modello nordeuropeo del welfare che accompagna “dalla culla alla tomba” i propri cittadini. Ma non si sofferma sul fatto che questa idea easy dello Stato e della politica strizza l’occhio a un pericoloso liberismo di ritorno. Di cui forse la sinistra dovrebbe rappresentare l’alternativa.

E’ chiaro, Renzi non è culturalmente di sinistra. Ma del centrosinistra oggi è un’espressione. L’errore più grande che si può fare è snobbarlo. Perchè, anche se confusamente, il sindaco di Firenze impersona una forte spinta al cambiamento, non solo generazionale. Purtroppo ieri da Chiamparino a Parisi, allo “spirito” di Veltroni che aleggiava sulla Leopolda, si sono visti accanto al rinnovatore anche una buona platea di dinosauri. Che hanno dimostrato come quella del sindaco di Firenze non è più una battaglia generazionale. Allora, o i temi della Leopolda diventano dibatitto, o lo snobismo di Bersani e Vendola si trasformerà in un boomerang. E il Big bang di Renzi nell’ennesimo, strumentale, attacco alla leadership attuale del Pd. Che, è bene ricordarlo, non è mai stata così di sinistra.