Autore: Alberto Mello società| 24 agosto 2011 12:59   

“Ecco la mia Boncuri”: Yvan e la lotta contro i caporali di Nardò


Da bambino Jean Pierre Yvan Sagnet restò stregato dallo stile calcistico di Roberto Baggio. Era il 1990 e i Mondiali d’Italia lui li seguiva in tv a Douala, la sua città natale, in Camerun. Aveva cinque anni. E, racconta, che oltre al mitico “codino” anche Zenga, Agostini e la fantastica vittoria 1 a 0 del Camerun di Oman-Biyik nella partita d’esordio contro i campioni in carica dell’Argentina lasciarono un segno profondo nella sua anima di bambino. “Baggio e la Juve, per questo ho deciso di venire a studiare in Italia e precisamente a Torino”, dice.

Così, vent’anni dopo, a 26 anni, Yvan si ritrova in una stanza di studente di Ingegneria a Torino. I crediti che ha conseguito non gli consentono di prendere la borsa di studio per l’anno prossimo. E lui, su consiglio di un amico sudanese, viene in Salento, a Nardò, a guadagnarsi i soldi per l’affitto e le tasse universitarie raccogliendo angurie e pomodori. “Ho fatto tredici ore di viaggio in treno da Torino a Lecce”, pensava a un lavoro faticoso, certo, ma che non lo spaventava. E non immaginava di diventare, poche settimane dopo, una piccolo eroe della lotta contadina, un epigono di Di Vittorio nella terra di Puglia, nemico numero uno del caporalato. E non immaginava di doverne scappare precipitosamente, pochi giorni dopo, dal Salento, perché, come racconta “la mia vita era davvero in pericolo”.

Intervistarlo serve soprattutto a comprendere un gravissimo pericolo. E cioè che gli scioperanti di Boncuri si convincano di aver condotto una lotta inutile. Perché, come racconta, a Boncuri poco e niente è cambiato. C’è attenzione, certo, ma quelli che coraggiosamente hanno denunciato i caporali e lo sfruttamento sono stati messi da parte, lasciati soli con la loro fame e i loro problemi, all’interno di una comunità che ancora non si è riusciti a penetrare a fondo. Lo dice lui:

Ora nella Masseria c’è una situazione di tensione, io sono tornato oggi, e so che tutti quelli che hanno scioperato non sono stati più chiamati a lavorare dai caporali e sono disperati. Sentono che per la situazione in cui si trovano il loro scioperare non è servito a niente, sentono che non saranno mai ascoltati. E quindi sono un po’ delusi per aver fatto una cosa che non è servita. Alcuni già da prima hanno avvertito che sarebbe andata così e sono tornati a lavorare. Ma quelli che hanno continuato a scioperare non lavorano più ed è lì che si crea la tensione. Invece ci vorrebbe il modo per fare capire loro che quello che hanno fatto è stata una cosa bellissima, che non devono disperarsi e non devono mollare. Bisogna dirgli quello che avete fatto è giusto.

Ivan, come tutti lo conoscono, non ci tiene all’appellativo di eroe. E dice che “la lotta è di tutti, è importante, qui non stiamo combattendo una battaglia di una persona” ma una battaglia comune nell’anno di svolta in cui i poveri, dal Maghreb a Rosarno, a Nardò, hanno deciso di rivoltarsi contro quello che lui chiama “il potere dei soldi”. Questa sera alle 21 in Piazza Salandra a Nardò ci sarà la prima edizione di “No-Cap” un concerto organizzato da Cgil, associazioni e istituzioni proprio per non far sentire soli i braccianti di Nardò “Anche questo è importante – dice Yvan – perché devono capire che qualcosa è successo, che hanno fatto una cosa buona”. Una cosa buona che è cominciata anche grazie a lui, che ha scelto di non nascondere mai la verità e di metterci la faccia. E, di ritorno nel Salento, finalmente racconta “la sua Boncuri”, né più né meno di quello che ha vissuto personalmente.

Il primo giorno era difficile. Ho dormito per terra, Per me che venivo da Torino dove ho la mia stanza, la mia piccolissima stanza, e non è stato bello a livello psicologico trovarsi a dormire per terra con la polvere nel naso, fare la coda per andare al bagno, beh un po’ ho sofferto. Poi non avevo il contratto di lavoro. E come tutti ho aspettato che i caporali venissero al campo. Perché loro vengono a prendere i documenti, il permesso di soggiorno per andare a fare i contratti. E la scelta la fanno su base etnica. I caporali sono sia sudanesi che tunisini. Quando il caporale arriva ti chiede: “Sei sudanese?” E se tu sei di un’altra nazionalità non hai il suo favore. Prende tutti i sudanesi. Ma io ho avuto la fortuna che il mio amico è sudanese. Quindi ha parlato in mio favore al caporale e dopo due settimane di trattative ho  cominciato a lavorare.

Pensava, Yvan di tirare su un po’ di soldi per gare gli studi. Faticando. Quello che non pensava è di essere diventato uno schiavo dei caporali e delle aziende che intendevano usarlo per ridurre al minimo i costi della raccolta dei pomodori e delle angurie.

Il primo giorno il furgoncino del caporale è venuto a prenderci verso le 3 di notte proprio dentro Masseria Boncuri. Arriviamo nei campi un quarto d’ora dopo. E aspettiamo un’ora e mezza, due ore, affinché i camion dell’azienda vengano con i cassoni vuoti per potere iniziare a caricarli di pomodori. Iniziamo a raccogliere i pomodori dalla pianta verso le cinque, e finiamo, a seconda del numero di camion che l’azienda manda, fino alle 15 o alle 19. E il lavoro è molto faticoso, pesante, durissimo. Dopo dieci minuti di lavoro tu hai già male alla schiena. Poi alle cosce, alle ginocchia, alle mani. Alla testa, per il caldo… mamma mia, è come se il sole sta fermo sopra la tua testa. Poi tu lavori ma il lavoro è molto difficile, senza pausa. Ci fermiamo solo perché abbiamo finito di caricare il camion. E aspettiamo che l’azienda mandi l’altro.

Quale azienda?

Io non ho mai saputo per quale azienda lavoravo, io conosco soltanto il mio caporale. Che ti fa una pressione psicologica enorme sul campo. Devi raccogliere i pomodori che sono rimasti per terra, pulire tutto, se tu non pulisci bene, domani ti prendi gli insulti. E se non sei veloce, perché il lavoro è più carichi cassoni più guadagni, non guadagni. Io non sono veloce come gli altri e lui mi gridava sempre contro “sei lento, cosa fai qui? da domani tu è meglio che non vieni più a lavorare”. E poi il caporale ti vende il cibo. E questa è un’altra pressione. Porta i panini e l’acqua. Se tu non compri il panino ti perseguita, tu lo devi comprare per forza e mangiarlo lì. Anche perché è vietato portare da mangiare da solo, devi comprare per forza quello che ti vende lui. Se ti porti qualcosa da mangiare lui ti dice che non si mangia nei campi. Quando però è lui a portare la roba da mangiare lui non ti dice che è vietato. Vedi un po’ la situazione psicologica nella quale ti mette.

Yvan parla spesso di “pressione psicologica”, di “situazione insostenibile” non solo dal punto di vista della fatica fisica. È nella testa la fatica maggiore, resistere a una soggezione continua, per il lavoro, per il cibo, per la sete sotto il sole salentino di agosto. Per la velocità che gli viene imposto di tenere, a pena di perdere il lavoro. E per la consapevolezza di dipendere in tutto e per tutto dal caporale. Le cui richieste non sono sempre le stesse. Il 30 luglio succede qualcosa, che fa scattare la scintilla della ribellione. Psicologica, innanzitutto.

Ho resistito cinque giorni. Poi ho detto basta. Il giorno che abbiamo cominciato lo sciopero il caporale ci ha chiesto di fare un lavoro doppio, con uno sforzo doppio. Ci ha chiesto quel giorno lì di strappare le piante dei pomodori e di scuoterle prima sul terreno e di scegliere poi i pomodori migliori da quelli rovinati prima di caricare i cassoni. Diceva che l’azienda vuole questa cosa. Questo lavoro è più difficile, perdi più tempo, fa più male alla schiena. E per questo gli abbiamo chiesto di raddoppiare la paga. Lui ha detto di no, che poteva fare solo lo sforzo di aumentarla di 50 centesimi. E cioè da 3 euro e 50 a 4 euro. E abbiamo rifiutato. Ci ha fatto ritornare a casa, al campo di Boncuri. E ha detto che ci sono altri lavoratori che lo avrebbero fatto. Diceva che quelli che non hanno documenti sono pronti a lavorare anche a 2 euro e 50. Così siamo tornati al campo e, sapendo che l’indomani non avremmo lavorato più ci siamo sentiti male. Malissimo. E abbiamo deciso di bloccare la strada che porta da Nardò a Lecce. I carabinieri sono arrivati e fortunatamente ci hanno capito, però ci hanno detto di manifestare dentro la masseria. È da quel momento che è partita questa cosa. La sera abbiamo fatto la nostra prima assemblea per spiegare a tutti i lavoratori che non avevano fatto lo sciopero perché stavano lavorando in altri campi e non erano al corrente di quello che era successo, lo scopo, l’obiettivo di quello che facciamo. Che dovevamo scioperare perché i caporali dovevano aumentare la paga.

Il ricatto è doppio. Sei lontano da casa tua, con i pochi soldi che ti sei portato appresso. Dormi per terra, compri il cibo e l’acqua dai tuoi aguzzini. Che possono licenziarti in un attimo, senza battere ciglio e sostituirti con qualcuno che è più disperato di te. Che almeno hai i documenti di soggiorno. Ma poi vivi in un campo nel quale i caporali ti tengono d’occhio da mattina a sera. E sono pronti a metterti contro tutti, soprattutto quelle centinaia di compagni di lavoro che un’alternativa non ce l’hanno. E ai quali il sistema, non fosse altro perché è l’unico sistema possibile per loro, sta bene.

Io ho subito cominciato a parlare con i miei compagni. Poi quando ho guardato il primo contratto ho capito che c’erano le cose che non quadravano. Ho chiamato subito l’Inps per sapere se ero registrato e mi hanno detto che mai avevano sentito il mio nome. Allora ho detto ai miei amici che ho la prova, che i contratti sono falsi. E che quindi non serviva a niente lavorare in queste condizioni. Però ero da solo nei primi giorni. La difficoltà stava nel fatto che alcuni lavoratori dentro la masseria davvero non sanno niente, una parte di loro è in Italia da due mesi, vengono da Lampedusa e per loro un euro è tanto quando lo si converte nella loro moneta nazionale. Per questo non capivano. Poi c’è un’altra parte di lavori, quelli diciamo che sono senza documenti, cosa che non mi piace dire, che assolutamente non vogliono che le cose si normalizzino. Perché sanno che quando sarà normalizzata la situazione lavoreranno solo quelli che hanno il permesso di soggiorno. Sono loro la fetta di lavoratori più difficili da convincere.

I caporali poi non stanno certo a guardare.

I caporali in un primo momento ci hanno preso in giro. Soprattutto i primi giorni della manifestazione ci dicevano che loro sono potenti, che noi non possiamo fare niente contro di loro, hanno conoscenze più forti di noi, hanno potere e quindi loro lavoreranno sempre. È importante capire che i caporali anche se vivono fuori dal campo hanno il “ristorante” lì, nel campo in cui vendono cibo e acqua. Mettono i loro fratelli a gestirli, sono lì quasi tutti i giorni anche se vivono fuori. Allora per fare qualcosa abbiamo deciso io e sette ragazzi di andare a denunciare dalla polizia subito, con le prove in mano, portando alle forze dell’ordine i contratti falsi. Anche se bastava la logica per capire che qualcosa non andava. Ci sono persone nel campo che sono senza documenti di soggiorno e che però hanno contratti di lavoro. È possibile? No, è assurdo. Ingannando quelle persone i caporali hanno continuato e continuano a lavorare a Nardò. E mi sento triste perché finora non ne hanno beccato nessuno. Al limite qualcuno ha ricevuto una multa di 50 euro. Ma cos’è una multa di cinquanta euro per un caporale che guadagna migliaia di euro al giorno?

E quanto guadagna un caporale?

Abbiamo fatto i calcoli. Le aziende danno ai caporali quindici euro al cassone. Lo stesso che a noi viene pagato 3,5 euro. Quindi i caporali guadagnano undici euro e cinquanta a cassone. Un camion contiene circa 88 cassoni. Che per un caporale significa quasi mille euro. Al giorno su un campo passano due, tre, quattro, cinque, sei camion, dipende dal lavoro che c’è da fare. A noi lavoratori, se togli quello che gli diamo per il trasporto e per mangiare restano circa 25 o 30 euro al giorno. Per una giornata di lavoro che va dalle 3 del mattino fino alle 15 o a anche alle 19.

Dalla denuncia ad oggi, dice Yvan, a Nardò non è cambiato molto. Anche durante i giorni dello sciopero sui campi i disperati più disperati degli altri c’erano, eccome. Accompagnati dai caporali. Il caporalato a Nardò non si è mai fermato. I furgoncini da dieci posti, sui quali vengono stipate trenta persone alla volta che pagano un biglietto di 5 euro per fare due chilometri, non hanno mai smesso di passare ogni notte alle 3 dalla Masseria di Boncuri. Per chi ha scioperato, dopo le assemblee e la solidarietà (di giorno) da parte dell’opinione pubblica, quasi costretta ad accorgersi di loro, c’era la notte da affrontare e i momenti di solitudine e paura. E le aggressioni.

Quando la lotta è cominciata sono cominciate le aggressioni. Perché loro mi hanno detto che io sto rovinando tutto. C’è un caporale che un giorno mi ha detto “io faccio questo lavoro da vent’anni e tu mi stai rovinando tutto e non puoi continuare a fare questo. Se continui io ti farò del male”. Poi hanno cominciato a fare pressione sui lavoratori. Hanno manipolato molti di loro, che mi hanno fatto delle pressioni, mi hanno chiesto cosa sto facendo. Ho dovuto vivere delle risse, mi hanno aggredito fisicamente, sicuramente perché erano manipolati da loro. Ho avuto paura all’inizio. Però ho preso coraggio. Perché poi da parte di altri lavoratori ho trovato molto sostegno. Anche se poi sono dovuto andare via perché intorno a me e sugli altri che sceglievano di scioperare c’era una tensione continua. E la mia vita era davvero in pericolo. Sono dovuto andare via per questi motivi. Però non dobbiamo mollare. Questa è un’opportunità enorme per mettere fine a questo sistema che prende non soltanto i lavoratori migranti ma anche gli italiani, come tanti anni fa quando facevano andare nei campi le donne a raccogliere l’uva semplicemente perché le loro mani sono più sottili e più adatte a lavorare nei vigneti. Questo è lo sfruttamento. Questa è la discriminazione tutto questo non dovrebbe più esistere. Io ho la speranza che a Nardò l’anno prossimo sia diverso perché c’è qualcosa che sta cambiando, ci sono riunioni delle istituzioni, questa cosa che è successa mi da speranza,anche se so che è difficile perché è anche una questione politica

Yvan resterà nel Salento qualche giorno, sarà al “No-Cap” e a Boncuri per dare un segnale di cambiamento a chi ancora sta soffrendo la solitudine e la disperazione di trovarsi disoccupato in un campo, sotto il sole, senza nulla da fare e con un pugno di mosche in mano dopo un mese di sciopero. Poi Ivan tornerà a casa, a Torino. Anche per tranquillizzare la sua famiglia che, dal Camerun, è in ansia per lui. Per questo piccolo eroe nero che ha vinto la sua partita d’esordio a Nardò, contro i campioni del caporalato, non bisogna uscire, come il Camerun del ’90, sconfitti agli ottavi di finale. Ha bisogno di una squadra più forte a sostenerne la lotta. E questa squadra, c’è da scommetterci, per lui non può essere che l’Italia.


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