Come imparai ad amare la panchina e a fare a meno delle modelle

Per farvi capire subito di che stiamo parlando, quando parliamo dei grandi vecchi della panchinocrazia di Castro – conversatori instancabili, saggi campioni gratuiti di un mondo che si sta velocemente sciogliendo nell’acido – non c’è niente di meglio di questo video. È stato girato ieri, mentre davanti a loro veniva realizzato uno shooting fotografico di moda. Neanche la vista di una splendida modella anglofona, biondissima, altissima e, come se non bastasse, pure dotata di un cappello giallo alla cinese in testa, li ha fatti schiodare da una delle loro panchine più ambite, quella che domina piazza Perotti (la piazza delle panchine, più che la piazza del Belvedere o più ancora della Piazza del Castello). La panchina che ti permette, con un occhio alle postazioni avversarie e uno alla povera gente, semplice d’animo, seduta a consumare spritz al bar, di guardare di tanto in tanto anche il mare. Quella su cui se hai meno di quarant’anni di esperienza panchinocratica sul campo difficilmente sarai mai visto sedere prima delle due di del mattino. L’ora in cui chiude il bar e dunque non ha più molto senso essere un membro della società panchinofila.

Si sono meravigliati o anche solo mossi talmente poco al passaggio della fotografa, dei suoi collaboratori e della modella (leggete pure: non si sono schiodati di un millimetro), che non è stato possibile per la crew fare altro che continuare con gli scatti con loro – i vecchi saggi delle panchine – nella posizione abituale.

La fotografa ha avuto un bel da fare per non farli rientrare nelle inquadrature, ma ha concesso al resto della piazza di godere di un backstage irripetibile. Il colpo di genio? Quando i vecchi, al termine dello shooting messo a repentaglio dalla loro fissità e cocciutaggine, hanno tacitamente nominato un loro portavoce che, nel congedarsi dalla crew, ha pronunciato solo questa parola, con uno sguardo di troppo alla biondina: “Grazie”.

Non c’è una conversazione che mi interessi più di quella che, ininterrottamente, intrattengono i vecchi di Castro città. Lo fanno da quando ho ricordi di questo posto e sono vecchio abbastanza da potervi consegnare come notevole il dato che loro siano sempre gli stessi, già vecchi negli anni ’80, ancora in prima fila nei ’10 del nuovo millennio dopo Cristo. E, ahimè, pur sempre troppo giovane per essere mai entrato da protagonista in una qualunque delle loro discussioni, seppure maldestramente o per chiedere un’informazione. Mai una risposta. Sfingi al sapore di sale.

Il loro regno sono le panchine messe a loro disposizione dall’amministrazione del loro paese: sono ovunque nel centro storico, comodissime, stemmate. Con tanto di corona comunale. A Castro città non valgono, infatti, molte delle regole che hanno cambiato il volto di quasi tutti gli altri posti di mare salentini, scegliendoli fra quelli dotati di una qualche tradizione: Otranto, Leuca, Gallipoli. Compresa Castro Marina.

Le sedute pubbliche (sia igieniche che non) a Castro alta non sono scomparse per fare posto a quelle di bar e baretti. Per scappare in bagno o per conversare per un’oretta dei massimi sistemi col minimo sforzo, non occorre pagare una gazzosa soggetta a pesante ricarico di marketing.

Parlano ininterrottamente e parlano di tutto. Hanno una soluzione a tutto. Se ne stanno lì, panchinari della vita, forse un po’ incoscienti del loro immenso talento nel disporre le parole, ma almeno di una cosa sono molto consapevoli: il loro talento nel disporre se stessi.

Sono come le dame di cui Renoir e Manet popolavano i palchi dei loro dipinti ambientati nei teatri d’opera. Sia alle signore di Parigi che ai vecchi di Castro basta uno sguardo fisso davanti a loro, negli occhi di chi li guarda, che dimostrazioni cocenti di quanto il vero spettacolo non sia solo nelle mani di chi lo fa – nei palcoscenici o nelle piazze della vita – ma anche negli occhi di lo guarda. E soprattutto negli occhi di chi lo guarda con tanta facendosi guardare.

P.S. Inutile dirvi quanto male sono stato guardato mentre scrivevo questo post sull’iPad, su una panchina correttamente scelta una fila di rispetto più indietro, rispetto a quelle dei panchinocrati che stavo, a mia volta, guardando.

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