Oddio, turisti nel Salento con quelle facce un po’ così

Arriva l’estate e i salentini cominciano ad agitarsi come mosche lungo la vetrata di una finestra per l’arrivo dei turisti, magnifici esemplari di esseri umani, teoricamente gonfi dei loro denari, pronti a tutto pur di rilassarsi, ansiosi di venire a contatto con una cultura così radicalmente altra dalla loro civiltà. Circa la nostra alterità, la nostra estraneità a 500 anni di modernizzazione, bisogna dire che solo uno sfornito di nozioni geografiche riesce a immaginare che ci siano ancora terre inesplorate sul pianeta. Allora, viene maliziosamente da pensare che a questi stranieri paganti qualcuno avrà fatto credere che siamo extraterrestri; giusto per rendere il piatto più appetibile. In effetti, in questi anni, è andata in scena una farsetta sul Salento, dipinto coi pastelli tenui dell’Arcadia o con la oscura densità dei colori a olio à la Lupa di Verga. Comunque la mettiate l’immagine che diamo di noi fuori dalla nostra giurisdizione è falsata, posticcia. Ma cosa non si fa per un piatto di minestra!
Pecunia non olet, dicevano i latini e i democristiani. Il denaro non ha odore, e questo vale tanto per il modo in cui si è acquisito, tanto per le qualità di chi lo sborsa. E i turisti devono assolvere una funzione economica, mica sposare le nostre figlie. Non è affatto detto che debbano piacere per forza. Il guaio è che siamo noi che dobbiamo per forza piacere a loro.

Ora, sorvolando sul fatto che ci sono politici locali che pensano sul serio che il turismo porti la piena occupazione, in virtù del reclutamento delle giovani generazioni in qualità di camerieri super-sfruttati per due-tre mesi l’anno (con tutto il sacro rispetto per questo mestiere più che rispettabile);
sorvolando sul fatto, dicevo, che ci sono politici e imprenditori che si disperano per la carenza di posti letto, non negli ospedali, ma nelle strutture ricettive, e sono disposti a deturpare coste e piani regolatori per costruire nuovi alberghi; e sorvolando ancora sul fatto che la paccottiglia folkloristica buona per attirare i turisti ce la dobbiamo sorbire per tutto il resto dell’anno, perché branchi vaganti di autonominatisi ARTISTI hanno preso per buono quello che viene loro concesso con generosità in una sagra paesana.
Sorvolando su tutto questo, li avete visti i nostri graditi ospiti? Magari saranno brave persone a casa loro, gente assennata, magari saranno vacche bigie nella notte, tutte da mungere indistintamente, magari tutto quello che volete, però sono buffi. Si aggirano nel centro storico della città barocca e sui lungomare, spaesati o estasiati, colorati prevalentemente di cachi e havana, rigorosamente in pantoloncini corti. Scusa, amico bergamasco, ma quando abbiamo acquisito il diritto di contemplare i tuoi polpacci suini e albini?
Comunque, se una carrellata di tipi umani va fatta, questa non può non cominciare dalla coppia di giovani intellettuali sinistrorsi. Lui magro, altezza media, non porta la barba, ma nemmeno si rade. Assegnista all’università, porta baffi e pizzetto da impavido moschettiere, in realtà vuole assomigliare un po’ a Lenin e un po’ ad Achille Occhetto, maglietta a tinta unita, Repubblica infilata nel tascone degli shorts verde militare, e una guida turistica impegnativa con citazioni di De Martino e Pasolini. Lei, più ossuta del fidanzato, indossa un leggero vestitino bianco a fiorellini, un cappello a falde larghe con nastro color lavanda, ha le ascelle depilate e le lentiggini; ha il compito di consultare lo stradario e di parlare, parlare, parlare.

Il versante opposto della nostra breve descrizione è occupato dalla comitiva di “occupanti leghisti”. Una torma di omaccioni e di virago, che camminano fieri, come un coraggioso manipolo che effettua un sopralluogo nelle terre di recente conquista, come i tedeschi della Wermacht. I loro calzoncini sono bianchi, le camicie a fiori e inforcano tutti lo stesso paio di Persol. Non hanno guide turistiche e cartine e mappe, per le loro note preclusioni ideologiche e religiose verso la lettura. Si affidano a una guida indigena, alla quale rivolgono domande sul cibo e i ristoranti più a buon mercato. Parlano tutti tassativamente ad altissima voce, per ostentare la loro parlata e stabilire una giusta distanza tra loro e la gente del posto. Come se ce ne fosse bisogno! Come se la differenza non si avverte già dalla loro pelle completamente desquamata, all’apparenza reduce da un bombardamento al napalm, incapace di sopportare il sole meridiano.
Poco sopra al branco di leghisti, che occupano una posizione reddituale media, ci sono i ricchissimi. Capitano a Lecce per un giro veloce, mentre la barca li aspetta attraccata a Gallipoli, e passeggiano languidi e disinvolti con la giovane amante. Sono visibilmente iscritti al PdL e i moncherini che portano al posto dei pantaloni hanno vistosi colori pastello. Non urlano, però. Sussurrano alle orecchie delle loro giovani compagne.
Speculare a questo tipo umano c’è il ricco progressista. Il giornale sottobraccio, polo Lacoste, compagna d’ordinanza di soli 10-12 anni più giovane, volto pieno di bonomia e di condiscendenza verso il principio, solo teorico, della tassazione progressiva. Lo distingue dal suo collega del PdL il fatto che è in affari dentro il PD, che la partner ha un aspetto meno rumoroso, e che la sua voglia di scambiare quattro chiacchiere coi locali è animata dalle migliori intenzioni. Si informa, entra, tocca, compra. A differenza del suo omologo cetuale di destra ammira estasiato opere di artigianato locale e non ha l’ansia di fare prestigiosi acquisti in qualche boutique d’alta moda. Cosa che invece accade all’altro, obbligato a fare una capatina nella City, presso P.zza Mazzini.

Fuori dai confini della città si annida un altro bel po’ di varia umanità, riversatasi, assetata di tranquillità, in pittoreschi borghi a pochi passi dalle più esose località estive. Questi “borghi” hanno salvato un paio di Km quadri di centro antico, tenuto in piedi per le necessità evocate in apertura, mentre i locali imprenditori si danno da fare, di lì a poche centinaia di metri, a cementificare ogni anfratto rimasto libero.
Al turista di provincia bisognerebbe dedicare uno spazio proprio e distinto dall’acquerello di oggi. Cito solo tre tipi in particolare, in attesa di poter dedicare lo spazio che questa sotto-categoria merita: i punkabbestia, le coppie di zitelle tardone e l’emigrante in ferie.
Alla prossima.

foto: paride de carlo

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2 thoughts on “Oddio, turisti nel Salento con quelle facce un po’ così

  1. mi piace l idea della regione salento…ma solo per un motivo. per tagliare lungo il confine delineato, come fecero per il canale di suez e far diventare il salento non una regione ma un' ISOLA…regolamentare meglio il traffico di turisti…facendoli pagare per ogni cosa che fanno dall ingresso all uscita…si perchè io non li vorrei come ora in massa…ogni estate mi si stringe il cuore a vedere le nostre delicate spiagge deturpate prima da noi e oggi da loro…pierpaolo.t@gmail.com

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