L’arte di Massimo la Greca: esercizio fisico e mentale

La nuova mostra di Massimo la Greca – pittore e istruttore yoga – apre domani all’Osteria “Tipica” di via Giusti e c’è una serie di motivi per cui vi consigliamo di non perderla. Rilassatevi, mente e corpo, mentre osservate le geometrie stranamente naturali o i paesaggi essenziali che Massimo esporrà nei cinque giorni in cui sarà ospite del nuovo cuore gastronomico di uno dei quartieri in ascesa di Lecce: quello intorno a piazza Ludovico Ariosto.

Non c’è un quadro di Massimo la Greca che non sia prima di tutto un collage fra la sua cornice e il dipinto incorniciato. Fra realtà circostante, obbiettività e immaginazione interiore, soggettività, che sia la sua o la nostra. E’ quello che dovrebbe accadere con ogni opera d’arte riuscita, ma che troppo spesso si perde in chiacchiere o, peggio, in chiacchiere che tutto riguardano meno che l’arte. L’arte di Massimo è insomma schietta e tipica come il contesto – il ristorante più concreto di un rione neoconcretista – in cui ha voluto proporcela.

La Greca è un maestro locale della dialettica fra contenitori e contenuti dell’arte, mettendo al centro della sua ricerca non semplicemente le forme, non semplicemente le sostanze, neanche complicatamente una fusione fra le due cose, ma nient’altro che l’incessante moto ondoso della sua ispirazione a contatto con la materia prima, che siano tronchi di pino marittimo o idee su come organizzarli in un quadro.

Le sue opere raccontano tutte di mondi lontani, anche se provengono da dietro l’angolo, giunti però a strettissimo contatto con la nostra terra perché trasportate qui dalle onde. E’, per questo, con tutta probabilità, il Ludovico Einadi dell’arte figurativa. Tutte le sue cornici provengono da rami recuperati in spiaggia, con una preferenza per quella miniera di racconti d’oltremare che sono le Cesine. Ma anche quando i suoi sacchi di juta non sono approdati dopo naufragi decennali sul nostro litorale, e sono magari stati scovati in qualcuno dei viaggi che non solo con la mente Massimo ha fatto in Nepal o in India, sono comunque talmente trasformati dalla sua abilità di creare che, c’è poco da fare, è come se fossero nati a Trepuzzi insieme a lui. Proprio come dovette accadere con quell’ormai famosa lampada indiana, da cui La Greca trasse la sua prima grande ispirazione su vetro, negli anni ‘70.

Attento alle posture dei suoi allievi come al posizionamento dei pezzi unici che compongono i suoi lavori, davvero Massimo la Greca è un eroe dei due mondi contemporaneo, dominatore del corpo e della mente come quegli atleti che, per quanto preparati fisicamente, non cessano per questo un attimo di giocare a rimpiattino con le intenzioni, le paure, le idee prima degli avversari (che per lui sono i soggetti e gli oggetti della sua produzione artistica) e del pubblico (che siamo noi).

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