Quella morte “naturale” nella favela di Boncuri

Sadok Barhoumi, l’immigrato nordafricano morto nella masseria Boncuri di Nardò dormiva in una delle tende che la Provincia di Lecce elargì negli anni scorsi a favore dell’emergenza umanitaria legata ai lavoratori stagionali che ogni anno raggiungono il Salento per la raccolta delle angurie e per quella dei pomodori. Dormiva per terra, su un cartone. I suoi compagni di lavoro dicono che “aveva lavorato dalle 5 del mattino fino alle 6 di pomeriggio di sabato”, poi “tutto stanco dopo aver lavorato col sole forte è tornato al campo e si è fatto una doccia con l’acqua fredda”. Distesosi a riposare, se riposare significa dormire qualche ora sulla dura terra, su un cartone, non si è più alzato. “Io non capisco perché si è detto che è stata morte naturale – dice un tunisino che lo conosceva e che mostra sul suo cellulare il video del cadavere che è riuscito riprendere – provate voi a passare una giornata come quelle che passiamo noi qui”. Anche altri, tutti gli immigrati con i quali si riesce a parlare, ripetono: “È stata l’acqua fredda, è stata l’acqua fredda”.

La masseria Boncuri, a Nardò, ad oggi, è poco più di uno slum, di una bidonville, di una baraccopoli nata sotto il sole cocente dell’estate salentina. Sul piazzale antistante ci sono 23 tende blu, quelle donate dalla Provincia, che accolgono 8 immigrati ciascuna. Circa 180 persone, molte che dormono sui cartoni, dato che di brandine non ce ne sono sufficienza (qualche giorno fa 30 le ha donate il Rotary di Nardò) e neanche di materassi. Nel complesso nella masseria oggi ci sono circa 400 persone. Quelli che non hanno trovato una sistemazione in tenda si sono arrangiati. All’interno dell’area gestita dagli affidatari della masseria (l’associazione “Finis Terrae” che collabora con i volontari delle “Brigate di solidarietà attiva”), chi ce l’aveva, ha sistemato una tendina da capeggio. Ma è alle spalle della masseria, lontano dalla visuale di chi ci passa davanti, che gli immigrati hanno dovuto fare completamente da sé. Hanno costruito con materiali di fortuna una vera e propria baraccopoli, documentata dalla gallery allegata all’articolo, dove a decine dormono ammassati in ricoveri di fortuna. Baracche costruite con quello che hanno trovato, alcune di cartone. Qui si vede il vero slum di Boncuri.

Non manca niente: accanto alle baracche sono sorti delle specie di locali di ritrovo. Grazie all’elettricità che gli immigrati prelevano dal campo, sono stati allacciati dei frigoriferi, delle tv, delle antenne satellitari, sono stati recuperati dei tavolini e delle sedie. C’è addirittura una spazio che loro chiamano “il ristorante”. A Boncuri, infatti, non c’è una mensa. Non ci può essere. Nel senso che il comune di Nardò non può appaltare la somministrazione di cibi e bevande, dato che non si tratta di un centro di accoglienza e dato che la legge impone alle aziende che utilizzano lavoratori stagionali di provvedere a vitto e alloggio per loro. Il Comune non può. Le aziende che utilizzano il lavoro degli immigrati nei campi non lo fanno. E loro si organizzano da soli: qualcuno dei più volenterosi, o magari qualcuno che ha fiutato un piccolo affare, si organizza per comperare provviste e bevande dai supermercati della zona. Poi grazie a delle cucinette da campo, prepara dei pasti per tutti che vengono venduti a circa 3 euro. Così si mangia. La Caritas ogni settimana, consegna qualche pacco di pasta e scatolame ad ognuno. Per quanto riguarda l’acqua potabile, c’è una cisterna di cui è fornito il campo, che non è collegato alla rete dell’Acquedotto. Una cisterna piccola, che con il caldo che fa, trasforma l’acqua potabile in una brodaglia.

Per dormire, nello slum, ci sono lerci materassi sui quali queste persone si ammassano riparati alla buona. Dopo il lavoro, poi, c’è la doccia, rigorosamente fredda. Sono una decina, le docce, che servono tutti gli accampati. Quattro nei locali della masseria, sporche e incrostate. Altre sette in uno spazio esterno (due delle quali non funzionano), dove la promiscuità è la norma e dove alcuni lavano anche i vestiti. Tutto è sporco, quel poco che si pulisce lo fanno gli immigrati da soli, dicono. Al campo di Boncuri ci sono poi una quindicina di bagni chimici, puzzolenti sotto il solleone. Qualche altro all’interno, accanto alle docce, è talmente sporco che ci vuole coraggio a entrarci. “Vedi come viviamo?”, dicono. E ci invitano, sull’uscio dei cessi: “Fotografa, per favore, questa è l’Italia del 2011”.

La nostra visita allo slum di Boncuri viene interrotta con discrezione da qualche volontario che ci avvisa che gli immigrati non vogliono essere fotografati. In realtà molti ci invitano a fotografare, più che loro, il campo. Poi i volontari ci spiegano quello che fanno. O che provano a fare in questo disastro dell’accoglienza che è Boncuri. “Abbiamo cercato, tra le altre cose, di offrire loro tutela legale, per aiutarli nella compilazione di documenti, quando qualcuno sta male lo aiutiamo accompagnandolo nelle strutture sanitarie, molti di loro, pur avendone diritto, non avevano il libretto sanitario, che siamo riusciti a fargli avere”. Gocce in un mare di disperazione. Gli immigrati, giocoforza, sono costretti a far da sé per tutto il resto. Nei locali della masseria non alloggia nessuno. Nonostante, grazie a uno stanziamento di 300mila euro, negli anni scorsi sia stata “ristrutturata”. Le finestre sono rotte. I locali al pianterreno, durante la nostra visita, sono tutti chiusi, a parte gli uffici delle associazioni. Gli immigrati lamentano il fatto che non siano stati usati per dare un tetto a qualcuno in più. Al pianterreno ci sono anche l’ambulatorio medico (chiuso) e la scuola di italiano (chiusa). Aprono nelle ore pomeridiane, dicono dalle “Brigate di solidarietà”. Poi, di fronte ai bagni chimici, c’è una stanzetta adibita a moschea. “Ma non c’è neanche un tappeto per terra”, dice scandalizzato un tunisino che ci accompagna. Al primo piano della masseria c’è la cucina e altre stanze in uso ai volontari e ai membri delle associazioni. Ma basta affacciarsi alla finestra e si ripiomba nell’atmosfera depressa del campo.

Oggi la giornata è triste. Per la morte di Sadok. Ma anche perché è il secondo giorno di sciopero degli immigrati che hanno fatto blocco contro i caporali. Chiedono che un cassone di pomodori venga pagato più dei miseri 3,50 euro che gli offre il caporale. Chiedono 6 euro. Stasera faranno un’altra assembela per organizzare la loro rivendicazione, alla quale parteciperanno anche i rappresentanti della Cgil. Ma con i caporali? Come funziona? Ci spiega Ahmid:

“Loro ci aspettano alla mattina presto fuori dalla masseria o nelle stazioni di servizio qui vicino. Sono tutti africani e hanno tutti delle belle macchine. Vivono a Nardò, a Collemeto, nei paesi vicini. Guadagnano 3 euro a testa per portarci a lavorare, poi si paga la benzina per arrivare al campo dei pomodori. Decidono tutto loro. Chi lavora, chi non lavora, fanno il contratto di lavoro, ti mandano via se ti lamenti. Tutto loro, io al lavoro non posso parlare con nessuno, è vietato. Non posso parlare con il ragioniere dell’azienda, con gli altri impiegati che stanno lì a controllare, con nessuno. Solo con il caporale. I contratti che ci fanno, poi spesso sono finti. Solo qualcuno ce l’ha vero. E però il contratto è importante, se non ce l’hai non puoi provare che lavori e non ti fanno alloggiare alla masseria. Allora va bene pure falso, sennò finisci a dormire nelle campagne, come fanno tanti altri. Ma alla masseria, visto che c’è l’avvocato, sanno che i contratti di lavoro sono falsi?”

Domanda che giriamo, dopo la visita al campo, all’assessore all’Immigrazione del Comune di Nardò e al funzionario che si è occupato di Boncuri. Il funzionario risponde:

In realtà lo sportello che è all’interno della masseria raccoglie queste istanze e le trasmette all’organo competente che è l’Ispettorato del lavoro. Il problema casomai è successivo: una volta che il Comune comunica questa situazione ha svolto il suo ruolo. Poi spetta all’Ispettorato del lavoro attivare tutte le procedure. Se però quest’output manca, da parte dell’Ispettorato del lavoro, noi cosa possiamo fare più che continuare a sensibilizzare?

Ieri gli immigrati hanno bloccato per un quarto d’ora la statale Lecce-Gallipoli. Oggi, è probabile, proveranno ancora a farsi sentire. Forze dell’ordine, al campo, non ce ne sono. Anzi, questa mattina il vicecommissario di polizia di Nardò si è presentato a Masseria Boncuri per saperne di più sul funzionamento del campo e sulle condizioni nelle quali è morto Sadok. Questo pomeriggio ci sarà un vertice tra polizia, prefettura e ispettorato del lavoro. La cosa davvero incredibile, finora, è il fatto che il commercio in nero di manodopera sia avvenuto alla luce del sole, ogni giorno, dalle prime luci dell’alba. Ma al campo, la percezione che si ha, è che lo Stato non esista. E che anche il meccanismo della sussidiarietà non funzioni. Sono evidenti, infatti, le difficoltà nelle quali si muove l’associazione che ne ha avuto in gestione il funzionamento, accogliendo uno stanziamento di circa 18mila euro dal Comune di Nardò.

Non funziona lo Stato a Boncuri, non funziona per ciò che riguarda la vita degli immigrati e anche per la morte. Quando il cadavere di Sadok sarà trasportato in patria, sarà il governo tunisino a farsi carico della spesa. “Abbiamo parlato noi con la nostra ambasciata per informarla della sua morte”, dice un suo connazionale. Dello Stato Italiano, a Boncuri, non c’è ancora l’ombra. La Provincia, con 16mila euro stanziati a giugno, si è lavata la coscienza. Anche se le tende blu sono pari pari quelle degli scorsi anni. E di miglioramenti rispetto al passato, al campo, gli stagionali di più lungo corso non vedono l’ombra. E poi, passare da una situazione scandalosa a una situazione indecente, si può chiamare miglioramento? La Regione, qualche giorno fa, aveva promesso con l’assessore Fratoianni, altri 15mila euro che, fanno sapere dal Comune di Nardò, riguardano un impegno risalente all’anno scorso e comunque pur impegnati, non sono ancora materialmente arrivati nelle casse del Comune. Che non può anticiparli.

Gli immigrati di Boncuri, così, non sanno a chi rivolgersi. Non sanno che fare. Lo Stato non è riuscito ad accoglierli, il Salento (e le sue istituzioni) li ha abbandonati, i datori di lavoro li hanno trattati come arnesi dismessi (nel caso delle angurie) o cercano di prenderli per fame (quelli dei pomodori). E comunque, su quel fronte, a comandare sono i caporali. Nel silenzio generale, senza controlli, senza che nessuno provi a tirarli fuori dall’illegalità forzata e nel ghetto nauseabondo nel quale sono confinati. E, cosa più grave, tutto ciò avviene sotto il sole, all’aria aperta. Basta andare a vedere. Basta andare a Boncuri. Anche solo per guardare dove è morto Saduk. E fermarsi a riflettere.

Tutte le foto sono di Paride De Carlo

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3 thoughts on “Quella morte “naturale” nella favela di Boncuri

  1. noi facciamo il possibile, prima non c'era un cazzo. Siamo autofinanziati e senza soldi. Ci mettiamo l'anima e quel poco che abbiamo.
    Prima c'era una distesa di rifugi improvvisati, ora assistenza legale, sanitaria, sindacale e quando si riesce cibo.

    Un pò di rispetto per il nostro lavoro sarebbe gradito: ripeto che ci autofinanziamo durante l'anno, che siamo presenti anche a Lampedusa e che siamo tutti volontari che ci paghiamo da soli i vaggi e il soggiorno laggiù. Certo non è il paradiso, ma è meglio di nulla. Invece di criticare venitevi a sporcare le mani anche voi

    Ilaria
    brigata di solidarietà attiva toscana

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