La nuova mostra di Capo d’Arte illumina il cielo sopra Gagliano

Come tenuto bene a mente nel corso delle lunghe ore di ripasso d’inglese cui si sono sottoposte, negli scorsi giorni, le giovani vedette della buona società leccese, anche ieri si è potuto ripetere quel piccolo grande miracolo fatto di multilinguismo, di multiculturalità e di multipack di chardonnay (offerte da Castello Monaci), che sono i vernissage delle mostre organizzate da Capo d’Arte. Grazie all’entusiasmo dei membri dell’associazione, al talento degli artisti, all’intuito del curatore Ludovico Pratesi. E grazie, anche per questa seconda occasione, in particolare a Francesco Petrucci, che oltre che ad essere uno dei membri più entusiasti di Capo d’Arte è anche il padrone di casa per l’ormai tradizionale rinfresco del dopo-mostra.

In ogni caso, per la lista completa dei ringraziamenti fate pure riferimento a quella delizia tipografica che è il minuscolo catalogo della mostra “Illuminazioni”, che ha debuttato ieri sera in una Gagliano del Capo in cui mai – neanche lo scorso anno al debutto assoluto di Capo d’Arte in terra di Salento – si erano sentiti tanti idiomi e tanti accenti differenti domandare tutti la stessa cosa, al passante autoctono, spaesato più degli stranieri per tanta varietas: “Dove si va per la mostra?“. Il merito di questo è soprattutto di Petrucci, che riesce a far funzionare queste serate non solo come un’occasione di far conoscere al territorio salentino episodi di arte contemporanea di altissima qualità, ma anche come un vero e proprio aggregatore del bel mondo internazionale che trascorre le vacanze estive in questa parte di Puglia.

Al centro della ricerca comune degli artisti presenti c’era la luce. La scoperta della luce come fonte di rivelazione di realtà segrete, nascoste dietro il primo approccio alle composizioni, dietro la stessa luce percepita inizialmente.

Il caso più toccante è forse quello di Francesco Arena che, in “Pannello spaccato con aureola 2011”, propone un approccio iconoclastico alla statuaria sacra. A un primo approccio frontale, il pannello sembra un monolite-totem di devozione intimistica, completamente astratto dall’iconografia dei santi patroni, impreziosito da una fonte di luce emanata dal suo interno. Ma, aggirando fisicamente l’ostacolo del multistrato in pioppo, appare un’aureola in plexiglass da statua di madonnina, luminosissima. Uno struggente day after Scorrano.

I dettagli di “Illuminazioni” sono curati al punto che il suo piccolo catalogo si presenta dapprima con una pagina filigranata semitrasparente, che rivela e non rivela il frontespizio, a presentare titolo della mostra e nomi degli artisti.

Così come si può riscontrare una fortissima continuità fra mostra e catalogo, così è fra mostra e party. E si può affermare senza tema di essere smentiti dal solito incidente diplomatico del gran signore che, suo malgrado, scambia il farro per del cous cous (dopo una certa età, una certa ora e un certo numero di bicchieri di rosato Kreos, ci può stare), che anche un party possa essere un’opera d’arte. Come l’anno scorso, del resto, sono stati due i palazzi gaglianesi interessati dall’happening inaugurale di Capo d’Arte (la mostra continuerà comunque ad essere aperta fino al 25 agosto). Palazzo Gargasole, che contiene 7 opere; e Palazzo Daniele, che ospita una video proiezione del tedesco Tobias Zielony e, soprattutto, è stato la scenografia della magnifica festa di ieri sera.

Capo d’Arte conferma il suo magistero sull’organizzazione non solo di eventi artistici, ma anche e soprattutto sulla dialettica fra i detti eventi e i relativi rinfreschi. Che non sono però un’appendice della mostra, né tantomeno una sua necessaria conseguenza, ma ne sono invece parte integrante e, a dire il vero, la completano. Marcel Duchamp non poté dire che una delle versioni più note di uno dei suoi capolavori – “Le Grand Verre” – fosse terminato, prima che un incidente di percorso non ne incrinò il prezioso vetro. Allo stesso modo, il vernissage delle opere di Airò, Arena, Ciracì, Favelli, Pirri, Previdi, Sighicelli e Zielony ieri era ancora nel pieno del suo svolgimento, mentre i Nidi d’Arac insegnavano i primi rudimenti di pizzica al banker Pierre de la Rochefoucauld, a Claudia Ricasoli, a Marina Donà delle Rose, nel suggestivo cortile di Palazzo Daniele.

Ciò è stato poi ancora più verificabile quando gli ospiti di Capo d’Arte hanno scoperto che una delle 8 opere che costituiscono “Illuminazioni” – il video su Scampia di Zielony – era collocata proprio nella Kafeehaus del giardino, incorniciata da comodi cuscini posati simbolicamente sulla nuda terra.

E’ stato lì che alcuni degli ospiti di Francesco Petrucci, talmente erano stati colpiti dall’estetica della scoperta delle fonti luminose, in ciascuna delle opere esposte a Palazzo Gargasole; talmente erano avvinti dalle epifanie di tracciabilità luministica alla base della comprensione di ogni sezione della mostra, che quando vedevano una giovane Lopez y Royo (Lucrezia, dobbiamo ammetterlo, su tutte) sorridere tramite quei trentadue piccoli led dei suoi denti smaglianti, l’avrebbero voltata e rivoltata con lo sguardo, pur di comprendere il mistero dietro tanta fascinazione.

Non parliamo della sorpresa di quando, dietro un sorriso del genere, una pronuncia del francese come quella, un cognome di quella schiatta, il pubblico non addetto ai lavori della mondanità, scopriva poi che, per quanto cosmopolita, la fanciulla in questione non era meno “site specific” dell’installazione di Riccardo Previdi, realizzata dall’artista milanese appositamente per le stanze di Palazzo Gargasole. Vale a dire, per una serie di circostanze seicentesche, che riguardano più la storia del Regno di Napoli che la cronaca di un vernissage, originaria della ridente e non lontana cittadina di Taurisano.

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