Se i giovani politici soffrono di vecchiaia

Ieri l’altro, i giovani di diversi partiti – Pd, Udc, Io Sud, Regione Salento – hanno protestato nei pressi di Palazzo Carafa, a Lecce, contro 15 assunzioni alla Lupiae servizi. Hanno rivendicato, i giovani, il diritto alla trasparenza contro ogni forma clientelare di gestione della cosa pubblica. Sacrosanto. Ma al di là dei contenuti della protesta ciò che è emerso con lucida chiarezza è l’inutilità di essere i giovani di qualcosa. Perché i partiti e le associazioni di categoria si dotano ancora di queste depandance anagrafiche novecentesche?
Le sezioni giovanili hanno avuto un senso il secolo scorso, quando le categorie con cui si interpretava il mondo erano nette, chiare, efficacemente suddivise in ordine alfabetico, quindi intelligibili. E comunque dai 25 in su il periodo di rodaggio giovanile era già bello che finito. Oggi, invece, il presidente dei giovani industriali salentini di anni ne ha 40, mentre il più giovane politico in erba con tanto di etichetta è sui 30-31 e potrà godere dello status di diversamente vecchio almeno fino ai 45-46.
A ben vedere, uno dei motivi per cui la politica italiana, ma in generale un po’ tutta la classe dirigente, è affetta da gerontocrazia acuta ha a che fare con l’esistenza antievoluzionista delle sezioni giovanili, che da palestre si sono trasformate in ludoteche controllate a vista dai grandi.
E finché i giovani accetteranno di essere considerati tali, quindi di fare parte di una sottocategoria, l’accesso alla politica avverrà sempre per gentile concessione, un po’ come avviene con le donne, vittime consenzienti di quell’invenzione lavacoscienze, a trazione fortemente maschilista, che sono le quote rosa.
Se l’intento fosse realmente quello di rinfrescare la politica, ossia inserire contenuti innovativi e abbassare il livello di rughe e pansette flaccide, non ci troveremmo oggi nella situazione di dare del “giovane” a un quarantenne, in politica da venti, che già ragiona come un veterano consumato dall’esperienza come la suola della scarpa è consum

Se le sezioni giovanili fossero luoghi di sperimentazione dell’attività politica o associazionistica, zone franche di creatività, sentinelle di purezza intellettuale, riconosciuti focolai di entusiasmo civico pronti a scardinare il main stream culturale, allora avrebbe un senso distinguere tra presente e immediato futuro. Come a dire: signore e signori, attenti a quello che dite e a quello che fate, perché i giovani altrimenti ci fanno mazzo così. Ma visto che si tratta di fucine di giovani politici che studiano come fare a invecchiare prima del tempo, ai quali di tanto in tanto si concede il brivido di un comunicato stampa, allora sarebbe il caso di riflettere sul senso di certe categorie pre The Wall.

Chi o cosa rappresentano i giovani di un partito, qualsiasi partito? Le istanze giovanili della società? E quali sono queste istanze, ora che il confine tra le necessità giovanili e qulle adulte si è molto affievolito? Il diffondersi della sensibilità digitale sta lentamente spuntando tutte le spigolosità generazionali. Ciò che i giovani di un partito qualsiasi oggi rappresentano è l’incapacità della politica di inglobare al suo interno le diversità strutturali del tessuto sociale, a renderle parti in causa: in altre parole a ringiovanirsi. Per questo ancora si affida aun compartimento stagno entro cui cercare di confinare ciò che non comprende, raccontando e raccontandosi che così non è. Per questo motivo, finché i giovani accetteranno di starsene nel loro recinto pre-moderno costruito per loro, beandosi della loro etichetta come fosse il certificato di chissà quale garanzia ormai scaduta, non faranno che contraddire nei fatti ciò che l’anagrafe invano ribadisce.

Ieri l’altro, insomma, nei pressi di Palazzo Carafa i giovani dei partiti di opposizione che protestavano per una causa sacrosanta non erano belli. Parevano vecchi. Vecchi come la gioventù che viene loro riconosciuta sulla carta ma contraddetta nei fatti. Vecchi come la vetusta modalità all’interno della quale accettano di muoversi convinti che il certificato di nascita esprima più di quello che attesti.

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