Fitto impugna la legge sull’Aqp pubblico

Per Fitto e per il governo Berlusconi il referendum sull’acqua pubblica non c’è mai stato, e se c’è stato lo ha vinto il “no” alla pubblicizzazione piuttosto che il “sì”, come è invece avvenuto. Questo è un po’ il senso politico della decisione del  Consiglio dei ministri che ha impugnato, su proposta del ministro di Maglie,  la legge regionale pugliese n. 11 dello scorso giugno con la quale si trasformava l’Acquedotto pugliese da azienda privata in pubblica. Così come, appunto, deciso dai cittadini nel referendum.

Oltre a questa legge Fitto ha proposto l’impugnazione anche  della legge n. 9 sull’istituzione dell’Autorità idrica Pugliese. Ma mentre per la pubblicizzazione secondo il Ministro è tutto l’impianto politico della legge che non va, per l’Autorità idrica – la n. 9 –  “d’intesa con la Regione Puglia, è stato individuato un percorso che potrebbe portare alla modifica delle parti impugnate dalla legge, anche in considerazione del fatto che l’impugnativa riguarda aspetti circoscritti della stessa”.

Per ricapitolare. Qualcosa si può aggiustare per l’Autorità idrica, mentre la legge sulla pubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese, secondo il governo, sarebbe completamente da annullare. La  decisione spetterà ora alla Corte Costituzionale. La valutazione politica della mossa di Fitto, invece, spetterà alle parti in campo.

Dalle parti della Regione – per esempio l’assessore Fabiano Amati – si fa intendere che questa impugnazione era in qualche modo “più che prevedibile, a causa della profonda e radicale differenza di punto di vista giuridico e politico tra il governo nazionale e i cittadini italiani”. Si torna così ai referendum, e si torna al sospetto che la decisione di Fitto e del Consiglio dei ministri abbia a che fare con atti ostruzionistici contrari alla volontà popolare espressa con i risultati referendari.

Le prime indiscrezioni raccolte negli ambienti regionali del centrosinistra raccontano di un clima deciso a respingere l’assalto di Fitto. I più rilevano come il governo, piuttosto che riordinare la legislazione sulle risorse idriche adeguandola alle indicazioni dei referendum, si accanisca con una vera e propria “dichiarazione di guerra  –  come sostiene Amati – nei confronti dei cittadini italiani e non solo nei confronti  della Regione Puglia”.

L’impressione, insomma, è che questa impugnazione non si fermerà affatto agli aspetti tecnici giuridici, ma avrà effetti politici a cascata. Prevedibile, così come prevedibile – e un po’ politicamente  masochista – fosse anche la mossa di Fitto. Staremo a vedere. Soprattutto staremo ad ascoltare cosa avranno da dire i cittadini che hanno votato per l’acqua pubblica.

 

 

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