Autore: Giovanni De Stefano politica| 16 luglio 2011 20:23   

Lecce Città Pubblica premia la pista ciclabile ideale


Che al Rettorato dell’Università del Salento fosse appena trascorsa una mattinata fuori dal comune (e pure dal Comune, se è per questo), ce ne si poteva accorgere subito. I lavori della giornata conclusiva di Lecce Città Pubblica, che da programma sarebbero dovuti finire a mezzogiorno, alle 12.30 erano ancora in pieno svolgimento. Tanto che alle 13, nella sala conferenze, si conferiva ancora tutti appassionatamente. E con che disinvoltura e fair play, anche se erano ancora presenti tutti e 23 i gruppi autori dei progetti presentati al concorso di idee, indetto da Carlo Salvemini di Lecce2.0dodici e da Città Fertile, nonché i membri della commissione che ne aveva giudicato i lavori.

Una commissione che, questa mattina, ha premiato un progetto che è praticamente il manifesto poetico di tutto il concorso, organizzato con l’entusiasmo delle cose che si fanno con il senso della prospettiva e della durata.

L’idea vincitrice del primo premio di 3000 euro si intitola “Ciclopica” ed è stata illustrata da Donata Bologna ed Andrea Alba. Ciclopica immagina, con una larghezza di vedute che scansa subito l’equivoco mitologico dietro al suo nome, una Lecce a misura di ciclisti. Una Lecce dotata di un “ciclometro”, una metropolitana di superficie divisa in varie linee, tutte però permeabili fra di loro e col resto dell’urbanità circostante. In un’osmosi fra ruote e piedi come forse non si è mai vista e chissà se davvero si vedrà. Ma anche fra testa e piedi, giacché è una rete di vie che si snoda anche e soprattutto virtualmente, grazie alle segnalazioni degli utenti su quello che va e che non va lungo il percorso. Come l’hanno definita i suoi ideatori, Ciclopica è “un’infrastruttura trasparente che sposta la città”. L’antifilobus, praticamente, scagliato contro quel mostro urbano sempre tanto visibile ai nostri occhi che a volte vorremmo accecarcene uno, a andare così in pari con Polifemo.

Fin dalla prima giornata di lavori di Lecce Città Pubblica, bisogna dirlo, era emersa chiaramente la superiorità espositiva della giovane Donata, nonché quella dell’apparato tecnologico che, fra slide e mappe, accompagnava la sua presentazione, rivolta tanto al pubblico presente quanto alla commissione giudicante (composta dall’assessore regionale alle Politiche del Territorio Angela Barbanente, Stefania Mandurino dell’Apt di Lecce, dal comunicatore urbano Carlo Infante, l’architetto Maria Valeria Mininni, l’artista Antonio De Luca, il sociologo Giandomenico Amendola e Franco Ungaro, guida dei Cantieri teatrali Koreja).

Al secondo posto si è piazzata l’idea – che vince 2000 euro – di Gabriella Morelli e Valentina Galluccio, chiamata “Santa Rosa in posa”.

Lecce Città Pubblica si candida ad essere il capitolo più illustre della politica partecipata leccese. Ne viene fuori una Lecce ideale non nell’assurdo senso post-rinascimentale, come in una di quelle rappresentazioni astratte dalla realtà, geometrizzata, apparentemente perfette. Ma perché fatta di idee e di “energie creative”, come direbbe Carlo Salvemini. Una città adatta anche alle storture e agli imprevisti che sono il sale della vita e dell’urbanità, soprattutto per noi meridionali. L’organizzatore del tutto gongolava:

Lecce Città Pubblica risponde a un’esigenza diffusa da parte della cittadinanza. E questo è solo un germoglio che speriamo possa crescere. Il nostro impegno politico, del resto, non è episodico o a scadenza.

Angela Barbanente, non a caso ha considerato Lecce Città Pubblica qualcosa di più di un semplice concorso di idee:

Per la Regione Puglia Lecce Città Pubblica è una sorta di modello, di esempio, che noi cercheremo di diffondere anche in altre realtà locali, raccoglie tante idee che ci siamo sforzati di promuovere in questi anni e le rende concreti. Lecce esprime oggi, dal mio punto di vista, la massima vivacità a livello regionale.

Non solo i singoli progetti più meritevoli sono esportabili in altri contesti. Ma anche tutta la struttura di Lecce Città Pubblica, dalla prima giornata svoltasi alla maniera dei “bar camp”, al brainstorming della seconda, fino all’affissione del grande metaplan con tutte le parole chiave emerse nelle discussioni (che un semplice diagramma di flusso avrebbe certo disumanizzato).


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