Fra Otranto e Leuca un parco da viverci

otranto spiaggia parco regionale naturaleL’incontro di ieri a Palazzo dei Celestini, in cui l’assessore regionale Angela Barbanente ha partecipato alla presentazione del Documento di analisi preliminare al piano del Parco Otranto-Leuca, è stato un passo fondamentale principalmente per un motivo. Ha dimostrato, e forse una volta per tutte, che i parchi regionali possono non essere dei monumenti con staccionata o, peggio, dei monumenti alla staccionata. Le parole dei rappresentanti di Regione Puglia e Provincia di Lecce (questi ultimi, padroni di casa, anche se con presidente Gabellone assente) hanno descritto un parco da vivere e anche da abitare. Non solo un parco naturale antropizzato. Ma un parco tout court, con l’uomo parte integrante della sua natura. Un parco in cui il rispetto dell’ambiente può essere un’economia, non un esercizio di ambientalismo antieconomico e da guardare con sospetto, perché volente o nolente ostacola lo sviluppo di un’area.

Nella sala consiliare della Provincia di Lecce, dalle 16 alle 18 si è ridefinito il concetto stesso di parco naturale. Ed è una notizia di per sé che il primo di tutti a mostrarsi tanto maturo da essere preso a modello per gli altri sia proprio quello che interessa il maggior numero di comuni: ben 12. Che risalga a ieri anche il momento in cui i leccesi hanno riscoperto la cooperazione? Pare che una prima risposta a questa domanda sia nell’ottima prova di sinergia che parte tecnica (a partire dall’architetto Totò Mininanni) parte politica (a partire da Barbanente) stanno dimostrando.

Sembra proprio che sia questo parco, fra Otranto e Leuca, il parco-parto che la Puglia e la Provincia di Lecce stavano aspettando, per dare vita a buon numero di successori. Di parchi come questo, basati sugli stessi principi di questo, nel Salento potrebbero nascerne presto 6 o 7.

Già perché, fatti due conti con quello che succede nel resto dei parchi italiani aderenti a Federparchi (presente ieri nella persona di Giuseppe Dodaro), pare proprio che non esista più un parco eco-sostenibile che non sia anche umanamente sostenibile, e viceversa. Perché non è detto che un parco deve essere una privazione nei confronti del privato da parte del pubblico, ma un’occasione di crescita per la quintessenza di un territorio: molto più di una semplice vetrina delle bellezze di un luogo. Ma, per dirla in termini internautici, un aggregatore delle sue potenzialità. Oppure, con parole diversamente povere, la cornice – in vero legno di ulivo (e senza che neanche uno ne sia abbattuto) – del Salento.

Il risultato del Parco Otranto-Leuca – che è chiamare in modo amichevole il Parco Naturale Regionale “Costa Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase – è straordinario proprio per questa sua indentità, di cui l’incontro di ieri è stato il manifesto tecnico più poetico che ci potesse essere. Non sapremmo come definire altrimenti le parole del Presidente del Parco, Nicola Panico:

Prima che ne esistesse la nozione, prima ancora che esistesse la storia, il Salento era già un parco. Lo è dai tempi della grotta di Badisco. Lo era già quando giunse Enea col padre Anchise sulle spalle. Era un parco da sempre. Ora, deve divenire da parco storico a parco contemporaneo, in cui, perché no, la gente si diverta e operi.

Il fine giuridico dell’istituzione di un parco del genere è “lo snellimento delle procedure amministrative e la promozione delle proprie attività attraverso il necessario coinvolgimento degli enti, delle comunità locali, degli operatori turistici e commerciali”. Il fine umano di un parco è che sia, semplicemente, di tutti.

L’esempio più lampante è presentato, con la semplicità delle piccole grandi cose, dal solo Bosco delle Querce di Castro Marina. Sì, perché fra i 12 comuni del Parco, oltre a Otranto e Castrignano del Capo (e dunque Santa Maria di Leuca), ci sono anche Alessano, Andrano (dove ha sede il Consorzio per la gestione del Parco stesso), Corsano, Diso, Gagliano del Capo, Ortelle, Santa Cesarea Terme (la più tragicamente colpita dagli incendi), Tiggiano, Tricase e anche Castro.

Chiunque abbia trascorso un pomeriggio al Parco delle Querce di Castro (un tempo noto come “Bosco Sgarra”) sa che non c’è ora che passi senza che una boccia non sia fatta volare nel bocciodromo naturale che si forma in una radura. E senza che ogni biancospino o nespolo europeo dell’area non siano salvaguardati. C’è anche un chioschetto di legno, le cui mercanzie non fanno male a una specie protetta da decenni. Se non a chi prorio esageri con la caffeina o i Punt e Mes.

foto | Andrea D’Alba

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