E ora gli elogi di Benigni alle lumache salentine

Ormai lo abbiamo capito. Roberto Benigni puoi invitarlo a qualunque iniziativa, e lui consumerà tutto il suo corpo in un elogio smisurato e incondizionato del…tutto…o del nulla. Non è un caso se tutte le “sagre tipiche dellu Salentu” hanno prenotato un siparietto del comico toscano per rilanciare il proprio prodotto.
Immaginatelo alla “sagra della municeddha” a proclamare la bellezza e la santità della lumaca salentina, simbolo e allegoria della succosa lentezza delle genti rurali. Oppure alla “festa del fagiolo culli spunzali”, che traduce l’espansività festosa dei leccesi in un avvolgente concerto di scorregge e rutti da reflusso gastroesofageo.
È dura essere un vate post-moderno. È durissima cercare di non spiacere a nessuno. Coltivare e conservare caparbiamente questo obiettivo può portare solo a non dire un cazzo di niente. Certo, con Benigni ci si è trovato davanti a un effetto collaterale inaspettato quanto indesiderato: chi lo avrebbe mai detto che la sua Sindrome da Compiacimento Milionario avrebbe comportato che si metteva a commentare la Commedia dell’Alighieri?
Dopo la perfomance sanremese sulla patria, dal sapore un po’ meno che fascista, un po’ più che retoricamente nauseante, ieri è arrivato sul palco della festa per i 110 anni della Fiom. E ovviamente, da guitto compiaciuto della propria destrezza nel maneggiare le parole, non si è risparmiato di propinare il solito canovaccio sull’amore universale. Per fortuna c’è la crisi e il sindacato dei metalmeccanici si è potuto permettere solo una diecina di muniti di monologo.
dieci minuti di una appassionata serenata al lavoro. La solita tiritera sul lavoro che emancipa, che rende più belli, che distende la pelle, le cui proprietà vitaminiche impediscono la formazione delle zampe di gallina e l’insorgere della calvizie. Il lavoro che rende intelligenti e migliora le prestazioni sessuali grazie alla crescita del pene maschile.
Allora ieri, mentre sperperavo il tempo davanti al televisore, ho capito finalmente che Roberto Benigni ci prende per il culo. Potevano, tanto per dare al comico nazionale una dimensione plastica e tangibile di ciò che andava dicendo, mettergli alle spalle una squadra di operai proveniente da settori diversi dell’industria: qualche minatore sardo, qualche addetto alle fornaci dell’Ilva, una spruzzata di portuali livornesi, magari due o tre lavoratori di una ditta di vernici, muratori e carpentieri, giusto per gradire. Eccoli, tutti in fila con le possenti braccia conserte, con le nodose dita che tamburellano in attesa che arrivi il loro turno di parlare. Parlare per rispondere a una domanda, che l’entusiasta generale non ha la decenza di fare: cari voi, quanto è bello il vostro lavoro, quanto vi libera, quanto vi fa la pelle liscia o vi fa crescere il pisello?
Va bene, lavorare è necessario, se vuoi mangiare devi andare a farti spezzare la schiena in qualche posto, e se sei fortunato, puoi trovare buoni compagni di lavoro e un sindacato di gente perbene e cazzuta come la Fiom. Ma che sorpresa, quando pure dalle parti del sindacato più tosto d’Europa viene permesso a qualcuno di diffondere l’appello ad aderire alla versione-paccottiglia dell’idea di lavoro spacciata dai padroni.

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