La festa parte dal web e finisce in piazza
Come testimoniano i volti raggianti dei nostri due neo sposi di copertina – i quali, ieri pomeriggio verso le 18, avevano da poco pronunciato anche un sesto “sì”, non alle urne ma sull’altare – anche per i leccesi il referendum del 12 e 13 giugno 2011 è stato un sospirato matrimonio di disinteresse col nucleare, con l’acqua privata, con il legittimo impedimento ma soprattutto con ciò che di queste cose pensa (e cento ne dice) la maggioranza di governo.
E anche qualora un’altra maggioranza, come quella di Palazzo Carafa, di un quesito come il quinto (quello destinato solo a “Lecce Lecce”, quello “dimenticato”, incentrato sulla cessione di Casalabate a Squinzano e a Trepuzzi) non ne pensasse e non ne avesse detto niente, vuoi per nascondere le proprie mancanze in merito, vuoi per non rischiare di fare alzare l’affluenza agli altri quesiti per questa “inezia”, il popolo leccese ha sposato con simile convinzione (quasi l’87% di sì) la volontà di un cambiamento.
Quegli sposini, insomma, non hanno avuto il tempo di mettere il naso e il bouquet in piazza Sant’Oronzo che, in men che non si dica, sono stati scambiati dalla folla antinuclearista per un simbolo cocente di cambiamento che, per quanto coltivato e concimato anche e soprattutto sul web – e nella fattispecie su social network come Facebook e Twitter – non avrebbe dato frutti maturi come questi 35.000 se non fosse stato anche un cambiamento pronto a scendere in piazza. A farsi vedere e toccare dal centrosinistra (il primo a raccogliere l’invito partito da Facebook è stato Carlo Salvemini), accorso insieme con lui a dare man forte ai ragazzi e alle ragazze del comitato locale di Fermiamo il Nucleare. E a farsi scrutare con sempre più sospetto e timore dal centrodestra.
Roma ha avuto la sua piazza della Bocca della Verità (altamente simbolica anch’essa), Lecce ha avuto la sua piazza Sant’Oronzo. Domenica e lunedì è stato un matrimonio di quorum e non ci si è sentiti solo di celebrarlo nel corso dell’apposito rito civile e di civiltà, ma una piccola grande festa a seguire, insieme a un rilassamento dalla tensione, si è resa più che mai necessaria. E, anche se non è stata offerta non dico una torta, ma neanche un solo rustico, quello che è contato sono stati gli invitati.
Il clou è stato quando i manifestanti si sono sentiti prima accerchiati e poi accolti da un’altra folla, in una fusione antinucleare: quella della processione in onore di Sant’Antonio, organizzata dai frati di Fulgenzio. Era come una di quelle scene ricorrenti nei cartoni animati di Tom & Jerry, in cui dapprima il topo si fa bello, pensando che a fare indietreggiare il gatto, che lo stava inseguendo, sia stata una sua espressione particolarmente arcigna o il timore reverenziale di qualche sua astuzia. In realtà, il topo non lo ha ancora visto, ma all’orizzonte del gatto è apparso un grosso cagnone.
Eppure, il miracolo avviene. “Non che non farci contaminare la casa o evitare modifiche genetiche ai nostri figli non sia qualcosa che Sant’Antonio, per quanto da Padova, non approverebbe anche per Lecce”, avrà pensato qualche antinuclearista leggermente più timorato di Dio, all’unisono con qualche cattolico praticante meno appassionato degli altri di legittimo impedimento (va bene “porgi l’altra guancia”, ma non esageriamo). Nello stesso momento in cui una classica donna di chiesa, astensionista convinta (dalla televisione), finiva di eseguire il suo bel segno della croce con tanto di bacio digitale finale, alla vista della folla “comunista”, un’altra non meno fedele di essa già si lanciava in uno sguardo più ammirato alla prestanza del professor Cristante, venuto a constatare di persona la realtà concreta di questi fenomeni.
Come quello del professor Sergio Starace, che gonfiava le gote in attesa di cantare la sua vittoria, mettendo da parte, per quelli che hanno avuto la pazienza di restare in piazza Sant’Oronzo anche dopo le 20, la più festiva delle cover del suo repertorio versato fra i Nomadi e Guccini.
Mentre notiamo un ragazzo interamente coperto di Sì e di loghi di licenze Creative Commons, diamo un’occhiata al display del nostro cellulare e un piccolo tweet – “Legittimo arrapamento” – ci fa capire in un sol colpo e, comunque, in molto meno dei 140 caratteri che gli sono consentiti, perché ieri hanno vinto le affluenze e i sì e perché potrebbero non vincere sempre, se nel frattempo non si pensa a elaborare una strategia e un progetto degni di essere votati e di vincere ancora.
A guardare la gente del centrosinistra leccese fare a gara a chi produce o condivide il contenuto web più coinvolgente o anche solo divertente, mentre i suoi potenziali rappresentanti si mescolano caldamente con essa, viene davvero da sperare che nessuno di queste 35.000 sposine in età da leader sia lasciato sull’altare, sulla strada per un altro matrimonio che dovrebbe essere celebrato in Comune e non solo.
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Un instant video di Giuliano Capani:

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