Il popolo (è) bue – parte prima

Popolo-bue è un’espressione intorno alla quale non faccio grosse obiezioni. Figuriamoci! Se non fosse che il bue, essendo un animale privo di autoriflessività, non può non fare quello che fa. Cioè niente di particolare. Asseconda solo i propri istinti. In realtà, l’uomo è una creatura peggiore e abitualmente cede alle peggiori tendenze racchiuse dentro di sé, andando ben oltre il mandato biologico assegnato al resto delle creature prive di coscienze.

Per avere una riprova di quanto dico, basta andare velocemente con la mente a migliaia di fenomeni irrazionali: per dirne solo alcuni, i giochi gladiatorii e le corride, i pogroms antisemiti, i sacrifici umani delle sette sataniche, la partecipazione ai reality show, ascoltare Mino Reitano e i Negramaro. E questo è solo un piccolo saggio di una potenzialmente infinita rassegna di imbecillità.
Di solito, quando si vuole spiegare che la gran massa della gente è piuttosto stupida le menti più colte e raffinate mettono in mezzo la storia di Gesù di Nazareth e della cecità dei gerosolimitani che preferirono far crocifiggere Dio sceso in terra, salvando la vita a un manigoldo. Io leverei di mezzo questo exemplum che puzza di incenso e zolfo. In fondo che avrebbero dovuto fare i convenuti a quell’appuntamento con la storia? Se la scelta era quella tra un tipo eccentrico che si proclamava figlio di dio e un buon capo rivoluzionario e guerriero…

In tempi passati a quelli che si credevano Napoleoni veniva riservato il manicomio…a pensarci bene questa storia della auto-proclamazione della propria divinità ha sempre riscosso molto favore, tributando acclamazioni entusiaste e garantendo brillanti carriere. Vedi la storia del nostro Presidente del Consiglio che, ancora prima di prendersi beffe di quel dilettante di Strauss-Kahn, diceva di essere “l’Unto del Signore”. Forse il dispositivo psicologico che si genera nella maggioranza della gente è: “Nessuno può spararla così grossa e sperare di farla franca. Sarà vero, allora!”.

Scusatemi per la lunga digressione, ma era dovuta. Soprattutto alla luce del fatto che in questi giorni, a Lecce, delle allegre donnine che a quel tale di Nazareth dedicano la vita si stanno rendendo ridicole agli occhi dei cittadini con un po’ di sale in zucca (ma quanti saranno mai?) di questa benedetta città. Chiuso.
Torniamo a noi. Cosa volevo dire? Che il popolo è caprone. Già, ora ricordo. Ma non è che questa discussione vuole portarmi a nulla. Brecht ammoniva i rivoluzionari comunisti a non disprezzare mai il proprio popolo. Si vede che era un’abitudine abbastanza radicata tra di loro. Avranno avuto dei buoni motivi, che, però, mal si accordavano alle loro premesse antropologiche sulla naturale bontà degli esseri umani. Pensate che l’argomento sulla stupidità di intere nazioni è così fondato che insigni giuristi chiedono di istituire l’habeas mentem, vale a dire il diritto all’autonomia cognitiva, alla capacità del soggetto di controllare, filtrare e interpretare razionalmente le comunicazioni che riceve.

Qualche commentatore politico, di questi spiriti eletti anti-berlusconiani che scrivono su illuminate testate liberali, ha stigmatizzato gli impressionanti numeri dei candidati alle ultime elezioni comunali di Napoli e Milano. Immaginate decine di migliaia di semi-analfabeti che sperano intensamente di cominciare da qualche parte una folgorante carriera politica, costellata di cazzeggio e figa a buon mercato. “Ma come” osservano scandalizzati e traditi i nostri intellettuali anti-berlusconiani “ci eravamo messi d’accordo che facevano tutti schifo, tutti erano uguali, come in un film di Alberto Sordi, e poi fate comunella coi corrotti, e vi mettete in fila per entrare nella Casta?”. Vorremmo mostrare a questi giornalisti le falle macroscopiche delle loro reprimenda, ma lo faremo alla prossima puntata. Per ora, consigliamo loro, invece, di iscriversi alla lista d’attesa il più in fretta possibile.

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