Meno male che Napolitano c’è

Finalmente si è chiusa un’altra campagna elettorale. Violenta; come al solito. Spesso dimentichiamo i toni di quelle precedenti; e ci stupiamo fin dove si possa arrivare. Ma l’abisso non ha limiti. E questa è la migliore sintesi della recente storia italiana.
Solo che, dalli e dalli, alla fine qualcosa si spezza. E questa volta credo che si sia “rotta” la politica.
Quella consegnata a soggetti progettuali e collettivi (i partiti) che si distinguevano per le differenti mediazioni sull’azione di governo.
Non cercatela più lì; perché è altrove.
E’ nel corto circuito che si è creato tra interessi sociali (generali) e pochi protagonisti che oramai ne fissano gli orientamenti.
Che uno di questi sia Berlusconi, pochi dubbi. Ma il vero gigante di questa fase non è lui.
Forse per fortuna di tutti, è Giorgio Napolitano.

Il progressivo degrado del Parlamento italiano ha finito col travolgere l’impalcatura della vecchia Repubblica.
Quella dei partiti. Oramai l’unico contraltare alle iniziative berlusconiane è Napolitano.
I partiti sono all’angolo.

O si formano e si sciolgono con logiche di mercato o sono alle prese con idee disperate di tipo aventiniano (il PD in particolare).
In questo quadro nessuna meraviglia che le voci più rilevanti della società italiana si esprimano fuori dall’agenda istituzionale.
Si tratti dello sciopero generale della CGIL, ignorato dai più, della poderosa denuncia dell’imprenditoria italiana a Bergamo o delle proteste indignate nella giornata della memoria delle vittime del terrorismo, c’è una sola voce che conta.
Quella di Napolitano.
E’ lui che ha stabilito un legame diretto con quest’Italia, differente come blocco sociale e valori, ma unificata dalla sfiducia nella “politica”. Certo è una fortuna per la democrazia; ma anche un rischio. Serissimo.

Perché, nei fatti, si stanno consegnando le uniche speranze di cambiamento a una Repubblica del Presidente.
Caricando di funzioni e attese, una figura, il Presidente della Repubblica, che alla lunga non potrà supplire l’afasia dei partiti.
Una Repubblica del Presidente, che oggi è una garanzia domani il precedente per pericolosi nuovi populismi.
Indovinate a vantaggio di chi?

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