Gli sbilanci della Lupiae, all’asta beni per 80mila euro

La Lupiae Servizi preferisce farsi pignorare beni con la messa all’asta degli stessi, pur di non pagare gli arretrati spettanti a 5 dipendenti (di uno ormai ex) sulla base di sentenze dei giudici del lavoro. Perché? E perché trattandosi di soldi pubblici il Comune di Lecce – azionista al 97 per cento – non interviene?

Il prossimo aprile la Lupiae Servizi dovrebbe presentare il bilancio d’esercizio 2010. Chissà se in quella sede compariranno i circa 80mila euro di passivo che la partecipata ha accumulato per via delle procedure esecutive risalenti al maggio del 2010, mai onorate, e a seguito delle quali l’Istituto vendite giudiziarie ha effettuato l’asporto dei beni pignorati il 16 marzo scorso – due giorni fa. Chissà, perché la tentazione di presentare un bilancio in pareggio (o in attivo), in linea con le aspettative (premio di produzione?), potrebbe spingere la verità un po’ più in là, giusto di qualche mese o di qualche settimana. Il tempo necessario, insomma, per poter declamare vinta la scommessa del risanamento.

Il sospetto viene anche perché le sentenze dei cinque ex lavoratori in questione sono state emesse nell’ottobre del 2009 e quindi sarebbero dovute essere inserite, per trasparenza, già nel precedente bilancio. E sì che il falso in bilancio non esiste più, ma si parla pur sempre di soldi pubblici.
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Di fatto, la storia dei pignoramenti non è ancora venuta fuori. Eppure dal 15 marzo scorso la partecipata del Comune di Lecce si ritrova due camion, un’automobile di servizio e due macchine per la pulizia delle strade in meno (questi mezzi saranno venduti all’asta), perché si è rifiutata di adempiere a quattro sentenze del giudice del lavoro che le imponeva il risarcimento – di 80mila euro, appunto – in favore di cinque lavoratori. Non solo: più il tempo passa più le spese legate a inadempienze di carattere formale salgono. E da 80mila euro l’indebitamento potrebbe lievitare fino a raggiungere ben altre vette. Perché la Lupiae non paga per evitare lo sperpero? Le casse sono vuote? O, forse, pagare implicherebbe doverlo ammettere?
A dispetto dello sbandierato risanamento dei conti, quindi, la Lupiae Servizi oggi conferma i vizi di forma e di sostanza di sempre, propri di una gestione diversamente creativa, che arriva da lontano. Da quando l’amministratore delegato era Gino Siciliano e il sindaco di Lecce era Adriana Poli Bortone.
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Tutto parte nel 2006 quando 13 messi notificatori, inquadrati come co.co.co., – assistiti dagli avvocati Marta Primitivo e Maria Lucia Rollo – chiedono ed ottengono, in via d’urgenza, al Giudice del lavoro, la stabilizzazione del loro contratto, trasformandosi in lavoratori subordinati a tempo indeterminato; da quel momento si innescano una serie di azioni giudiziarie – molte delle quali impropriamente iniziate da Lupiae e quasi tutte conclusesi positivamente per i lavoratori.

Nel luglio del 2007 la Lupiae opta per la soppressione dell’Ufficio notifiche, quindi per il licenziamento dei 13 messi, in quanto l’amministrazione Poli Bortone decide per l’affidamento a terzi del servizio di notifica delle sanzioni e dei provvedimenti relativi a tributi e altre entrate comunali.

La vicenda all’epoca già causò un certo fermento in quanto, come denunciò l’allora consigliere comunale del Pd, Carlo Salvemini, il compenso fissato per il lavoro di notifica esternalizzato fu di 10 euro iva esclusa per ogni atto stampato, contro i 2,5 euro iva esclusa della Lupiae.
Il licenziamento viene annullato nel novembre 2007 dal giudice del lavoro, il quale ordina il reintegro dei lavoratori e il pagamento degli stipendi arretrati.

La Lupiae si oppone alla sentenza e dopo aver tenuto i lavoratori senza lavoro e senza stipendio per quasi sette mesi propone loro di sottoscrivere una transazione con la quale avrebbero dovuto rinunciare a tutti gli arretrati retributivi, compresi quelli dovuti per la stabilizzazione dell’anno prima, nonché a spese e quant’altro in cambio della riassunzione che di fatto avevano già ottenuto dal giudice. Siamo nel gennaio del 2008.
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Nei termini della transazione la Lupiae inserisce 91mila euro da distribuire ai lavoratori nella somma di 7mila euro ciascuno, livellando di fatto tutte le posizioni. Se si considera che alcuni lavoratori avevano maturato dai 50 ai 70mila euro di arretrati (giacché tecnicamente con la reintegra il rapporto di lavoro si considera come mai interrotto), si intuisce che l’offerta risultava essere vantaggiosissima solo per l’azienda.
Ebbene, dei tredici lavoratori solo uno rifiuta, tutti gli altri, spinti dai rispettivi sindacati – Uil e Cgil – accettano. Salvo poi, per quattro di loro, pentirsene.
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La transazione, infatti, presenta delle anomalie. Innanzitutto viene sottoscritta in assenza dei sindacalisti di fiducia dei lavoratori (condicio sine qua non prevista dalla legge per la validità di simili transazioni), almeno per quanto riguarda 10 di loro iscritti alla Uil, e viene firmata in solitudine, il giorno dopo, da Marco Dell’Anna, presentatosi in qualità di sindacalista della Uil. Il signor Dell’Anna, tuttavia, risulterà sconosciuto alla Direzione provinciale del lavoro di Lecce.

Il fatto non è di poco conto, né attiene a una mera questione di conoscenze personali. Esistono regole formali in materia: il sindacalista incaricato di seguire certe transazioni lavorative deve ricevere in primo luogo un’autorizzazione da parte del suo sindacato e poi deve depositare la propria firma all’Ufficio provinciale del lavoro. In questo senso il sé-dicente sindacalista della Uil è risultato essere sconosciuto alla Direzione provinciale del lavoro. Verificata la grave carenza, la Direzione provinciale decide di non registrare le transazioni così come richiesto dalla Lupiae Servizi.

Il tutto è attestato in ben cinque sentenze del giudice del lavoro, che proprio sulla base di questi elementi, ha dichiarato nulle quelle transazioni.
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Marco Dell’Anna firma dunque dieci transazioni. Le altre tre, invece, sono firmate da Valentina Fragassi, presente al momento della firma, in rappresentanza della Cgil.
Il perché al momento della firma la Uil abbia mandato il signor Dell’Anna rimane un mistero, anche perché a interfacciarsi costantemente per conto del sindacato con i lavoratori è stato Piero Fioretti.
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Storia conclusa? No, perché, come anticipato, quattro dei lavoratori tornano sui loro passi e decidono di impugnare le transazioni capestro, e affidano il mandato agli stessi avvocati che solo qualche giorno prima erano stati messi da parte. A questo punto i lavoratori ricorrenti sono in tutto cinque.

Le vertenze dei lavoratori “pentiti” vanno a buon fine nell’ottobre del 2009 (per uno di loro qualche mese dopo, nel giugno del 2010): le transazioni vengono considerate nulle. Con la stessa sentenza il giudice riconosce ai cinque lavoratori il diritto a un importo pari a circa 15mila euro ciascuno a titolo di arretrati, oltre alle spese sempre a carico della Lupiae.

Da allora la Lupiae Servizi si è opposta in tutti i modi (avvalendosi, beninteso, degli strumenti consentiti dalla legge) a tutte le azioni esecutive messe in moto dagli avvocati dei lavoratori. E, quando si è arrivati al pignoramento dei fondi direttamente alla banca tesoriera (il Mps di via Sturzo), la risposta è stata che il conto presentava un costante saldo passivo di svariate centinaia di migliaia di euro e che, in buona sostanza, non c’era un euro. Lo stesso conto corrente, però, ogni mese viene utilizzato per pagare gli stipendi ai dipendenti. La domanda è: perché la Lupiae si rifiuta di pagare? Non ha soldi? E perché, se non ha disponibilità immediata non chiede la rateizzazione del dovuto?
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Da qui il sospetto che sia interesse della Lupiae non produrre documentazione circa la pendenza, quindi del debito, che andrebbe immediatamente a pesare in bilancio.
E da qui anche il pignoramento dei mezzi di cui sopra, disposto il 2 maggio 2010 ed effettuato di fatto il 15 marzo scorso. Il pignoramento è stato effettuato sulla base di 80mila euro, ma i mezzi che andranno all’asta difficilmente frutteranno la cifra dovuta. Ciò significa che in caso di mancato pagamento, si procederà a nuovi pignoramenti.

In più gli 80mila euro in questione non sono gli unici denari che lupiae sarà chiamata a sborsare, questo perché le spese degli avvocati non si limitano ai cinque lavoratori che hanno impugnato le transazioni, ma si estendono anche agli altri otto che hanno mantenuto in piedi le transazioni. Infatti, per la legge professionale, gli avvocati che vengono esclusi dalle transazioni stipulate tra le parti in una causa in cui hanno prestato la loro opera professionale, possono richiedere il pagamento delle parcelle sia ai loro ex clienti che alla controparte – in questo caso la Lupiae – che risultano responsabili per aver chiuso delle controversie senza l’assistenza dei legali.

A questo riguardo c’è già stata una prima decisione giudiziale che, relativamente ad unico caso e per un solo avvocato, ha condannato la Lupiae a pagare 7mila 500 euro quale anticipo sull’importo complessivamente dovuto – che si aggira intorno ai 22mila euro.

Se si moltiplica per due avvocati e poi per otto lavoratori, ci si può fare un’idea di quanto la partecipata del Comune di Lecce potrebbe essere chiamata a sborsare in favore dei legali a causa della decisione di Scrimieri di far sottoscrivere quelle transazioni nelle modalità con cui sono state sottoscritte, cioè con l’estromissione degli avvocati. Ma i soldi, a dispetto di decisioni del tutto private, rimangono pur sempre pubblici.

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