Diario di una bella giornata di piazza, di lotta e di caffè

Attraverso Facebook avevo promesso di pagare cornetto a cappuccino ai primi mille che ieri mattina avessero raggiunto Piazza Sant’Oronzo per la mobilitazione organizzata dalla Cgil in favore del pluralismo dell’informazione. Lo confesso, mi è andata bene. Non solo perché ho evitato di indebitarmi con due-tre bar contemporaneamente, ma perché il caffè me lo hanno pure offerto. Due, per la verità.

Le prime persone che ho incontrato e riconosciuto – nonostante i neuroni non si fossero ancora allineati correttamente per via della levataccia delle 8.15 – sono state Totò Labriola e Luca Toma, rispettivamente segretario provinciale della Slc e segretario provinciale del Nidil, famiglia Cgil. Loro non solo hanno organizzato il tutto in un paio di giorni, ma si sono immediatamente adoperati per distribuire gratuitamente 250 copie di 20centesimi esibendo una maestria d’altri tempi: sempreverdi reminiscenze di anni e anni di volantinaggio militante. Soprattutto Totò Labriola per ovvie ragioni anagrafiche.

Osservando lo stile di Totò ho capito cosa vuol dire animare una manifestazione, anche se piccola, simbolica, convocata alle 9 di un’anonima mattinata leccese in una piazza che a quell’ora se non fosse per Sant’Oronzo sarebbe deserta. Con loro sono arrivati altri componenti della segreteria della Cgil che francamente non conoscevo e di cui, ahimé, non ricordo i nomi. Grazie a loro in meno di due ore 20centesimi è andato a ruba. E, sempre nello stordimento mattutino, tra una copia del giornale rifiutata e una sigaretta di troppo, ricordo di aver visto anche Daniela Campobasso, responsabile Cgil delle politiche industriali.

Con il passar del tempo e già due caffè all’attivo (rigorosamente offerti) ho lentamente acquisito cognizione di causa e di pensiero. Ho visto la piazza animarsi. Così, ho scorto le facce di Antonio Rotundo, Salvatore Capone, Wojtek Pankievicz, Angelamaria Spagnolo e Paola Spoti, Pierpaolo Signore, Diego Dantes e, su segnalazione di una didascalia immaginaria, mi sono reso conto che l’uomo vestito da folletto al mio fianco – in completa tenuta verde, cappello di lana compreso – era in realtà Carlo Salvemini. Strette di mano, chiacchiere di piazza.

Salvemini mi ha poi presentato Annarita Morea. “Lei – mi ha detto – è venuta prendendosi due ore di permesso dal lavoro”. Neanche il tempo di commuovermi che già Danilo Lupo, giornalista di TeleRama, mi aveva piazzato di fronte a un microfono e a una telecamera. Se solo avessi minimamente sospettato dello stato in cui versava la mia capigliatura – a dir poco creativa – avrei evitato di rilasciare una dichiarazione che sarebbe andata in onda all’ora di pranzo. Niente di personale, questione di decenza.

Ignaro di quanto testimoniato dalle telecamere mi sono prodotto in una serie di relazioni sociali: ho fatto la conoscenza di Gianni Ferraris, firma del Paese Nuovo, e di Mariagrazia Fasiello, collaboratrice del Quotidiano; ho commentato i nuovi occhiali di Matteo Pagliara – sempre più cool; ho parlato di lavoro con Ramon De Pascalis e Gigi Apollonio; ho conosciuto un signore in bicicletta; ho offerto un caffè a Giorgio De Matteis, grafico di 20centesimi; ho assistito allo zelo con cui Pankiewicz dibatte di democrazia partecipativa; ho ripassato la lezione del prof Pankiewicz con Fabio Casilli, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno

Tutto questo, però, è niente in confronto alla gioia che ho provato nel vedere Giovanni De Stefano sopraggiungere in evidente stato confusionale, con solo un’ora di ritardo – con tanto di cappello di lana e sigaro cubano – alla prima manifestazione della sua carriera. Un miraggio. Orgoglioso come un padre che assiste alla celebrazione calcistica del proprio figlio sono tornato sulla via della commozione quando ho visto De Stefano intento a distribuire 20centesimi: quattro tentativi, uno solo andato male. Un vero successo. Se avessi saputo che essere esclusi dalla rassegna stampa del Comune di Lecce con l’accusa di essere “faziosi” avrebbe prodotto tutto questo, probabilmente il sindaco Perrone lo avrei ringraziato. Ma visto e considerato che non è mai troppo tardi, anche se in colpevole ritardo, lo faccio adesso. Grazie sindaco, grazie della tua inopportuna presa di posizione.

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