Il gioco di Zeman? Una vita all’attacco

Ieri il consiglio della Facoltà di Scienze delle attività motorie e sportive dell’Università di Foggia ha deliberato la proposta di conferire una laurea honoris causa a Zdenek Zeman, quale “riconoscimento per il rigore, la coerenza e l’impegno, sul piano professionale, sociale e sportivo nella promozione, rispetto e diffusione dei valori fondamentali dell’etica nello sport”.

Una bella notizia, per quanto con un po’ di coraggio in più a Zeman si sarebbe potuta offrire una laurea honoris causa in filosofia. E magari avrebbe potuto farlo l’Università del Salento qualche anno fa, quando il serafico boemo tagliava a fette il barocchismo culturale di Lecce e dei leccesi con la sua schiettezza intransigente.

E il Lecce, per intendersi, giocava al calcio per davvero, incurante delle categorie valoriali assegnate dal kantiano mondo del pallone: grandi squadre, piccole squadre, provinciali, di prima, seconda o terza fascia e così via. Si poteva vincere o perdere con chiunque in un’altalena di emozioni che riportavano il calcio alla sua manifestazione più pura: quella del gioco. E lo sport veniva innalzato a una dimensione prettamente estetica; una dimensione tutta sbilanciata in favore del pubblico. Che apprezzava questa considerazione.

Zeman, ovvero, un paradosso filosofico tra il valore etico di Socrate e il valore estetico di Nietzsche, nell’ottica di un superamento della dicotomia tra forma e sostanza. Per Zeman la forma è la sostanza nella misura in cui la vittoria non ha una dimensione immanente ma trascendente. “Talvolta i perdenti hanno insegnato più dei vincenti. Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente”, disse in una qualche intervista l’allenatore.

Insomma, il calcio per Zeman è solo un pretesto, l’aspetto manifesto del suo pensiero filosofico. Contraddittorio. Paradossale. Per questo meriterebbe una laurea honoris causa in filosofia prima ancora che in Scienze motorie. Ciò che più viene apprezzato di Zeman è il suo approccio etico allo sport, quello filosoficamente riconducibile a Socrate.

Si prendano ad esempio le sua battaglie contro il doping e contro il calcio-scommesse che hanno allontanato l’allenatore boemo dai grandi palcoscenici calcistici: un’integrità estremamente controproducente sul piano della carriera personale perché lo ha contrapposto ai potentati calcistici. Socrate, allo stesso modo, fu considerato un pericoloso nemico politico per via della sua integrità intellettuale.

E così come Zeman non accetterebbe mai di vincere una partita con un gol irregolare o ricorrendo a stratagemmi extra sportivi, Socrate rifiutò di evadere dalla sua prigione quando ne aveva la possibilità perché sarebbe stato un modo per perpetrare un’ingiustizia (i carcerieri erano stati corrotti dai suoi discepoli).

“Ho fortemente incoraggiato – afferma il rettore, Giuliano Volpe – la proposta di conferimento della laurea a Zeman con cui mi sento di condividere pienamente lo spirito e l’impegno nell’affrontare le sfide investendo e scommettendo sui giovani. In una società, come quella in cui viviamo, che enfatizza quotidianamente ed assume come propri i valori, o meglio, i disvalori della competizione esasperata, della massima prestazione, della fama e dei risultati ottenuti a qualunque prezzo anche, e soprattutto, attraverso il mancato rispetto delle regole, credo sia importante riconoscere, affermare e promuovere, in particolar modo nei giovani, un’etica dello sport basata su principi sani”.

Ma c’è qualcosa che spinge Zeman oltre la sua etica sportiva, che rimane comunque alla base. Lui, calcisticamente, è un dissacratore. Impone la sua visione. Non accetta note stonate. Il forte valore etico di cui si nutre il suo approccio allo sport si traduce in una ricerca ossessiva dell’estetica (quella che lui ha in mente) sul rettangolo da gioco. Una ricerca che lo spinge ai confini della razionalità (sul 3 a 0 sarebbe razionale togliere un attaccante e inserire un difensore) e lo introduce in un’oblio dionisiaco.

Qui subentra l’aspetto nietschiano di Zeman, che supera e contraddice la razionalità dell’etica socratica. Se Nietzsche ha obliterato la differenza tra arte e vita, sostenendo che è solo in quanto fenomeno estetico che l’esistenza trova una propria giustificazione (e redenzione), Zeman ribalta il concetto tra gioco e vittoria, sostenendo che solo attraverso un gioco esteticamente convincente (votato all’attacco) la vittoria trova un suo vero compimento. Ovvero sia: fare del calcio un’opera d’arte.

Nella Gaia Scienza il filosofo tedesco sosteneva che: “Una sola cosa è necessaria. Dare uno stile al proprio carattere: è un’arte grande e rara. L’esercita colui che abbraccia con lo sguardo tutto quanto offre la sua natura in fatto d’energie e debolezze, e che inserisce quindi tutto questo in un piano artistico, finché ogni cosa non appare come arte e ragione, e persino la debolezza incanta l’occhio”.

Dal momento che l’ego è soltanto una sintesi concettuale, non qualcosa di stabile o dato, per Nietzsche la meta diventa l’esecuzione di questa sintesi, la costruzione di un’identità per se stessi, la creazione di se stessi, secondo un qualche tipo di piano o schema, dando così stile al proprio carattere. Zeman ha scelto il 4-3-3 come schema che caratterizza lo stile del suo carattere. In questa logica Zeman non parte dei giocatori per costruire il modulo, ma fa l’operazione inversa: parte dal modulo per scegliere i giocatori. Il 4-3-3 è un’espressione estetica alla quale tutti i giocatori dovranno contribuire senza slanci personalistici. Lo slancio estetico primordiale è già dato da Zeman. Ecco perché le squadre di Zeman saranno sempre e solo le squadre di Zeman. Inconfutabilmente. Questione di filosofia.

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