Professione cazzeggio, il volto nuovo della gioventù

“Non studio non lavoro non guardo la TV/ non vado al cinema non faccio sport / io sto bene io sto male/ io non so cosa fare non ho arte non ho parte”. Così cantava Giovanni Lindo Ferretti in un celebre inno post-nichilista targato Cccp, nel 1985. A distanza di 25 anni le cose sono molto cambiate. Da condizione esistenziale il nichilismo si è trasformato in condizione contingente: non più forma di ribellione ma strategia di adattamento al sistema. Certamente, tratto distintivo di una generazione. Anche due, forse.

I dati pubblicati dall’Istat attraverso il rapporto “Noi Italia” parlano chiaro: un giovane su cinque in Italia non studia e non lavora, vale a dire che più di 2 milioni di giovani compresi tra i 15 e i 29 anni non fa nulla. Attenzione, però, qui il fannullone e il bamboccione di brunettiana memoria non centrano niente. E’ il fancazzista il vero protagonista.

Di ben altra statura intellettuale il fancazzista, contrariamente al fannullone, è disoccupato non per pigrizia ma per scelta. E, diversamente dal bamboccione, il fancazzista non è patologicamente affezionato al tetto materno, semmai si fa pagare l’affitto di una stanza o di una casa dai suoi.

Il fancazzista cazzeggia e in Italia il cazzeggio è una cosa seria, un impiego a tempo pieno. Farlo bene, con impegno, può salvare dalla depressione. I più creativi ne traggono addirittura benefici economici. Cazzeggiare è la risposta alla non-risposte di un sistema economico e politico ormai del tutto sballato. Perché affannarsi nella ricerca di un impiego quando la prospettiva di un lavoro è praticamente nulla?

Viene da sé che tra impiego e lavoro esiste una differenza sostanziale. L’impiego, per lo più irregolare, è qualsiasi cosa in grado di garantire una remunerazione. Questione di sopravvivenza. Il lavoro è quello che si sceglie per fare ciò che più si avvicina alle proprie ambizioni. Da tempo l’impiego ha preso il sopravvento sul lavoro. Ci si impiega nella speranza di lavorare e alla fine si finisce per rimanere impiegati (e depressi) per tutta la vita o gran parte di essa. Il fancazzista rifiuta questa visione e risolve il problema alla radice: nessun impiego, nessun lavoro. Alla sopravvivenza ci pensa chi da questo sistema è iper tutelato, ovvero la generazione precedente. Dalla quale, per altro, cresce la distanza emotiva.

Nel Mezzogiorno, poi, dove il concetto il cazzeggio ha una rilevanza socialmente accettata anche tra i componenti di quell’iperuranico artificio retorico che è diventato “il mondo del lavoro”, il fancazzismo giovanile e post giovanile è un vero ammortizzatore esistenziale. Anche in questo caso il rapporto Istat parla chiaro. Nella classifica italiana della disoccupazione giovanile (aggiornata al 2009) le prime sei posizioni sono occupate da regioni meridionali.

La Puglia, con il 31,6 per cento di giovani disoccupati è al quinto posto. Mentre il tasso di disoccupazione totale è del 12,6 per cento, dato che fa della Puglia la quarta regione d’Italia in fatto di non-lavoro dopo Sicilia, Sardegna e Campania. Emblematico anche il tasso di inattività, quello che più si avvicina al concetto di cazzeggio: 48,5 per cento, ben oltre quel 37,6 per cento che rappresenta la media nazionale.

Ciò che viene offerto alle nuove generazioni è dunque un’esistenza bidimensionale, tra passato e presente. Il futuro, la terza dimensione, semplicemente non esiste. Ma, a differenza dei giovani incazzati di 25 anni fa che fasciati nei loro “chiodi” d’ordinanza gridavano “no” al futuro (No future), i giovani incazzati di oggi al futuro non ci pensano per niente. Chi lo fa rischia la depressione, oppure accetta di vivere un presente vissuto tra un concorso pubblico e una raccomandazione alla ricerca di quel posto fisso in grado di pareggiare i conti con la storia.

Il fancazzista, da parte sua, è pacificato con se stesso. E’ immanente rispetto al non far niente ed è completamente sfiduciato verso chi promette che le cose possono cambiare. Quindi, non progetta. Il tempo è costretto al presente imperativo, il pensiero è corto o lungo quanto basta per rimanere entro i limiti della razione giornaliera di progettazione del sé: che faccio oggi? Si vive di cronaca non già di storia.

Rispetto a quello di Lindo Ferretti e di tutti i nichilisti ed ex nichilisti del secolo scorso, il “no” al futuro del fancazzista contemporaneo non è polemico né ideologico, tanto meno politico. E’ funzionale e, in mancanza di alternative convincenti all’attuale conformazione iper-capitalistica del lavoro, decisamente necessario.

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